Le nuove regole del marketing nel mondo dell’innovazione [Masterclass con David Meerman Scott]

Oggi ho imparato una cosa:
esiste una app per individuare le toilette più vicine e vedere se sono pulite.
Si chiama “Sitorsquat”.

In realtà, alla MasterClass di David Meerman Scott in Milan,
ho imparato solo questo.

Il resto lo sapevo già: che i social sono come una festa (per me erano una pizzeria di Pinuccio), che i contenuti sono fondamentali, che il web è fondamentale per l’aspetto relazionale ecc. Chi fa web marketing, queste cose o le sa o è un pessimo professionista.

Ma, alle lezioni come queste, non si viene per imparare.
Alle lezioni come queste, si deve assorbire.
Assorbire spunti per farli fruttare in futuro.
Il punto è che noi conosciamo alcune“grandi verità”
ma non sempre le applichiamo tutte alla “vita digitale”.
Come se, idiozia, la vita digitale fosse diversa da quella reale.

Vi presento 3 spunti interessanti:

1) On the web you are what you publish.
Si, ok David, lo so: l’importanza di contenuti freschi, attraenti, blablabla.
Ma David ci ha segnalato alcuni esempi molto utili, riportando analisi e dati e sottolineando alcuni aspetti non proprio banali.
Ecco una prima “grande verità”: “Se tua mamma pensa che una cosa che fai sui #socialmedia é sbagliata, quasi sicuramente lo è”. Guardate che non è una banalità: pensate agli epicfail di varie aziende o al fenomeno dei  “vip digitali”. Penserò bene a questo spunto, secondo me escono applicazioni strategiche interessanti.

2) L’importanza del Newsjacking.
La parola del giorno: ossia un’azione (o meglio una strategia d’azione) che sfrutta “l’attenzione degli utenti su un determinato argomento o fenomeno (sociale, meteorologico ecc..) di rilevanza per trarne vantaggi per la propria attività o il proprio brand”. (alcuni esempi qui)
Mi riprometto di studiare alcuni spunti che ci ha dato David e alcuni casi di successo: se integrata all’interno di una strategia web intelligente, può diventare un’attività a costo zero e a ROI elevato anche per una startup.

3) La necessità del Real Time Marketing.
Qui la “grande verità” applicata al web è: “il bene è nemico dell’ottimo”.
Ci sono libri e post che parlano di come il “Marketing dell’istante” sia il futuro, anzi il presente: ma David ci pone le cose in un modo tale che per la prima volta interiorizzo la questione: “Spesso gli uomini di marketing decidono cosa fare sulla base dell’analisi di un mole infinta di dati… sul passato. Invece dovete pensare al presente”.
E fra casi noti e meno noti (mitico quello dei biscotti durante il blackout al Super Bowl) mi ritorna in mente quando, appena arrivato in AREA Science Park 10 anni fa, il capo mi chiedeva una cosa e io volevo farla così bene che gliela consegnavo troppo tardi. “Cogli l’attimo, Gabriele, il bene è nemico dell’ottimo”.
Ossia, care aziende: non importa se l’applicazione dell’idea è in progress, l’importante è agire subito, esser flessibili, agili!

Si fa presto a dire agili, quando magari una startup ha 2-3 poveri startuppari che si devono arrabbattare a fare 2.000 cose al giorno: come si fa?” chiede uno dalla platea.
E David ricorda il caso di quella dentista che, da sola, ha avuto l’idea giusta. “Non è tanto una qustione di tempo – dice – spesso è una questione di approccio e mentalità”, dice David. Son d’accordo.

Quindi?
Quindi ora chiudo il PC e passo le prossime 5 ore di treno fino a Trieste assieme a numerosi spunti da elaborare e nuove idee su come applicare il web al mondo dell’innovazione e startup. (e assieme alla Settimana Enigmistica) ;)

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Altri spunti interessantissimi pubblicati in questo post da Digital Marketing Lab
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Socialmedia? Ne hanno bisogno tutti, e vi spiego perché.

Me lo diceva sempre, la maestra: non si mette mai la “e” dopo la virgola.
Io protestavo, perché spiegavo che anche le congiunzioni hanno bisogno delle pause.

Ma bando alla ciance e arriviamo al punto:
se li usate bene,
i socialmedia vi aiutano a fare meglio quello che già stavate facendo.
O che volevate fare.
Ne di più, ne di meno.

Punto.
Fine del post.

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Corollario:
Ok, facciamo qualche esempio, dai.

Volete cazzeggiare?
Beh, quale “posto migliore di un sito come Facebook”.
Certo: alla macchinetta del caffè si cazzeggiava meglio ma tutto quello che è offline fa meno paura.
Vero?

Volete imparare o aggiornarvi?
Beh, ci sono i libri e i convegni.
Certo: seeeeeeeeee.
Io esco molto poco da questo ufficio: se non avessi i socialcosi, non saprei cosa succede nel mondo startup, innovazione, trieste, ecc. a livello nazionale.
E un libro o un convegno mi darebbero una visione parziale e comunque non in tempo reale.
Inoltre - soprattutto – non conoscerei nessuno in questo mondo. A meno che non si perderesse per sbaglio sulle colline triestine, mentre va in vacanza in Croazia.

Volete trovare lavoro?
Beh, ci sono i siti di ricerca-offerta.
Certo: a me offrivano solo lavori di pettinatura bambole. Mentre da quando lavoro sui socialcosi, ho un’offerta seria al mese.
Senza chiederla, per altro.

Vuoi trovare un fornitore o un esperto in qualsiasi materia?
Beh, “cerchi su gUgol, no?” oppure “chiedi ad un amico”.
Certo: perché non puoi chiedere ad un amico via Facebook?
O meglio: non puoi vedere cosa la gggente dice di quell’esperto nei vari socialcosi?
E farti un’idea più completa?
Io lo faccio.

Volete promuovere la vostra startup o impresa?
Beh, “io vendo agli ospedali analisi sui cervelli, che ci faccio“?
Certo: perché gli ospedali sono entità vive.
Cioè, tu parli con l’edificio, vero?
Cioè: tu non hai a che fare con persone, vero?
Beh sì”.
E allora chi ti dice che devi aprire una fanpage su FB?
Usare i socialmedia significa anche (soprattutto) leggere, monitorare, ascoltare, conoscere il più possibile il tuo target.
Anche senza nemmeno aprirti un account Twitter, per esempio.
Chi è il tuo target?
“Beh.. ehm.. 30 funzionari di 30 ospedali italiani”.
Ok. Scommettiamo che entro la prossima settimana ti so dire qualcosa su alcuni di loro?
Informazione, caro mio.
Relazione, caro mio.

Quello che faceva benissimo mio nonno negli anni ’50, lo puoi fare ancora meglio tu.
Se usi gli strumenti con intelligenza e soprattutto con una strategia integrata (offline e online).
Amen.
Avete altri esempi?
Perché c’è una risposta per ognuno.
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Corollario.
Se non riesci a fare meglio le tue cose grazie ai social media,
significa che li usi male o non ci sei portato: lascia stare.
Non nasciamo tutti imparati, no?
Amen.
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[Social business] Anche tu vuoi produrre un televisore giallo? Intervista a Stefano Mizzella

“We can’t solve problems by using the same kind of thinking we used when we created them”
(Albert Einstein)

Era il 1994 e stavo studiando Marketing all’università.
Sul diario della ragazza accanto lessi per la prima volta questa frase di Einstein. Lì per lì pensai ad una gran verità ma, beata gioventù, anche ad una gran ovvietà.
Fino a quando non toccai con mano, per la prima volta, la realtà delle aziende.
Al Social Business Forum di 3 anni fa ho conosciuto Stefano Mizzella: lui e i suoi colleghi erano fra i primi in Italia ad analizzare i social media come strumento reale di innovazione in impresa. E non solo come mero canale promozionale.  Avevano capito che le aziende non devono solo “comprendere il cliente”: ma metterlo al centro della progettazione dei prodotti. Anzi, dell’azienda stessa.

Ma come?


Stefano, ho la sensazione che anche le teorie più attuali di Marketing Emozionale e Relazionale oggi siano in crisi. Che ne pensi?

Il Marketing è, o dovrebbe essere, per sua natura relazionale ed emozionale, indipendentemente dalla tecnologia o dalla piattaforma che si sceglie di utilizzare. Certamente il marketing tradizionale è in crisi. Parlo di quel marketing che, nato per funzionare attraverso i mezzi di comunicazione generalisti, trova grosse difficoltà ad adattarsi ai social media e, più in generale, al web attuale.

Le teorie di marketing di qualche decennio fa hanno avuto in tal senso vita facile perché i mezzi di comunicazione su cui si sviluppavano avevano una capacità di evoluzione molto inferiore a quella attuale. Su Facebook cambia tutto di mese in mese. Quante evoluzioni ti ricordi nella tv negli ultimi dieci anni?

L’unica speranza di sopravvivenza che ha il marketing è quella di contaminarsi con altri linguaggi e altri obiettivi strategici. I social media ce lo dimostrano ogni giorno: le aziende più brave ad utilizzare il social sono quelle capaci di fare marketing e branding attraverso l’innovazione, la user experience o il customer care. Questo vuol dire superare  i tradizionali silos aziendali e mettere chi fa marketing nella condizione di collaborare con reparti diversi al fine di progettare la miglior esperienza utente possibile.
Tim Brownm, Ceo di IDEO, spronava a “pensare come un designer”: come spiegheresti questo concetto in termini concreti? Il design thinking è per tutti?

Pensare come un designer significa interrogarsi su alcune questioni importanti, senza dare nulla per scontato. Pensare come un designer significa progettare qualcosa unendo forma e sostanza, estetica e funzionalità, creatività e razionalità. Vuoi sapere la buona notizia? Per pensare come un designer non è necessario essere un designer. Al di là della provocazione, i principi alla base del design thinking possono essere utilizzati tanto da un manager quanto da un esperto di marketing.

Ci sono libri molto belli come “The Back of the Napkin” che hanno l’ambizione di portare il design thinking anche a persone che non indossano maglioni neri a collo alto e che non hanno una laurea in disegno industriale. Le aziende più innovative a livello mondiale sono proprio quelle che, indipendentemente dalla industry o dal prodotto realizzato, sono state in grado di portare la cultura del design nel dna del proprio brand.

Qual è il ruolo dei social media nel Design Thinking?

Un buon designer deve essere in grado di conoscere a fondo il proprio cliente, non soltanto per rispondere ai suoi bisogni, ma soprattutto per anticiparne esigenze ed emozioni. È questa la differenza tra il design che produce innovazione incrementale e quel design in grado di produrre risultati inaspettati, capaci di stravolgere il mercato e le abitudini di consumo.

In un caso e nell’altro, la progettazione nasce da analisi accurate, di tipo sia quantitativo che qualitativo. I social media rappresentano in tal senso un ottimo strumento per raccogliere un numero elevato di insight relativi ai propri clienti, già acquisiti o solo potenziali. L’ascolto della rete ti permette infatti di raccogliere una percentuale elevata di conversazioni spontanee e di segnali deboli che sarebbe molto più complicato ricreare all’interno di situazioni artefatte come i tradizionali focus group aziendali. Chi si occupa di innovazione del prodotto conosce il celebre caso di quell’azienda che, dopo una serie di attenti focus group, decise di mettere sul mercato un nuovissimo televisore giallo, perché quello era il colore preferito dai partecipanti del focus. Vuoi sapere il finale di questa storia? Ovviamente l’azienda in questione di televisori gialli non ne vendette quasi nessuno e il focus group non servì a molto, se non a mostrare che i consumatori non volevano comprare un televisore giallo.

Ascoltare la rete, attraverso i social media, non significa dunque assecondare ogni capriccio evidenziato dalle discussioni degli utenti, bensì far tesoro dei segnali deboli per poter ampliare il raggio d’azione della progettazione.

Le startup solitamente non hanno ne tempo da perdere ne risorse da rischiare: come convinceresti una startup a utilizzare questo approccio? Esiste un caso di studio?

Rispetto alle grandi aziende, le startup hanno una risorsa incredibile: sono come un foglio bianco che aspetta solo di essere disegnato. Adottare un approccio “lean” significa creare velocemente prototipi che possono essere migliorati grazie ai successivi feedback degli utenti, in un arco temporale molto più ristretto in confronto al tradizionale processo di sviluppo prodotto imposto dal mercato.

Startup di grande successo come Square, Path, Airbnb o Pinterest hanno fatto del design un fattore discriminante e non è un caso se tra i loro confonder è sempre possibile trovare un designer o un esperto di UX.

Viceversa le grandi aziende spesso sono caratterizzate da meccanisimi e resistenze soprattutto culturali difficili da modificare: hai un caso di successo del Design Thinking in grandi organizzazioni?

Per le gradi aziende avviare un cambiamento è più difficile ma non impossibile. Più che di Design Thinking, in questo caso preferirei parlare di Social Business Design, inteso come riprogettazione, in ottica cliente-centrica, dei principali processi di business dell’azienda: analisi di mercato, marketing, vendita, customer care e innovazione.

Il Social Business Forum sarà una vetrina importante per analizzare casi d’eccellenza, a livello nazionale e internazionale, oltre agli ormai celebri esempi di Starbucks, Lego, Dell, P&G o Zappos.

Quali saranno secondo te le prospettive future del DesignThinking

Il futuro del Design Thinking è sicuramente legato al futuro del design. Mi immagino quest’ultimo sempre più vicino a un approccio collaborativo, aperto e interattivo che già oggi viene messo in pratica dalle metodologie del co-design o della co-creation.

Al di là del termine che si sceglie di utilizzare, è importante a mio parere prendere atto di una nuova fase della progettazione e dello sviluppo del prodotto che non può prescindere dalla valorizzazione del network e delle relazioni informali. Clienti e dipendenti assumeranno via via più peso nei processi di innovazione sia di startup che di grande aziende.

Questo non vuol dire delegittimare la figura o il valore dei designer tradizionali, ma al contrario offrire ai designer uno scenario più evoluto della relazione con i consumatori attraverso la co-progettazione del prodotto o del servizio.


Lunedì e martedì 4-5 giugno, al Social Business Forum, potrai ascoltare assieme a me le relazioni di Stefano Mizzella e di altri esperti internazionali di social business: strategie, tecnologie ed processi finalizzati a coinvolgere sistematicamente tutti gli individui che compongono l’ecosistema  aziendale per creare business e valore.

> Info e iscrizioni: www.socialbusinessforum.com

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“If I’d asked my customers what they wanted, they’d have said a faster horse”
(Henry Ford)

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Social Business: come le aziende devono utilizzare i social media per non sprecare tempo e denaro

Di solito mi guardano male:
su Facebook ho 4.000 amici, il mio ente (AREA Science Park) solo 600 fan. Su Twitter: io 2.000 follower, AREA solo 600. “Ma che socialcosomanager sei?

Sono poche, umilmente, le cose che ho imparato (e di cui son convinto) in questa giungla del socialmediamarketing.
Alcune le ho scoperte sul campo. Le altre.. ad un evento (strano, eh, che un evento sui socialmedia sia così utile?)

La prima verità è che i social media non sono uno strumento di comunicazione.
La seconda è che i socialmedia sono lo specchio dell’anima (aziendale).
La terza, corollario della seconda, è che usare i social media all’esterno – senza averli prima “applicati” all’interno – non è ne efficace ne efficiente.
(Usarli senza una strategia, poi, non lo prendo nemmeno in considerazione).

Quei 600 fan e 600 followers di AREA sono il frutto della loro spontanea adesione.
Soprattutto in un ente di ricerca come il nostro, infatti, non ha senso “utilizzare e promuovere i social media all’esterno”, se prima non abbiamo strutturato (ci stiamo lavorando) le esigenze interne e le caratteristiche del nostro “ecosistema”.

Risulta fondamentale infatti mettere in campo strategie, tecnologie e processi per coinvolgere sistematicamente tutti  gli stakeholder (interni all’ente, interni al Parco Scientifico, fornitori, imprese, ricercatori, …) nella massimizzazione del valore scambiato. Infatti:

  • non esiste più una separazione tra  il “dentro e fuori” dell’azienda;
  • il ruolo di “co-decisore” non appartiene più ai soli manager, ma neanche ai soli clienti (come sostiene il Social CRM);
  • non si parla più di “comunicazione”, ma di coinvolgimento.

I benefici?
Tanti e tutti concretamente legati al business e alla competitività (miglioramento delle performance di business, contenimento dei costi aziendali, ..).

Ma attenzione: non esiste nessuna possibilità di successo se l’azienda non sa (o non vuole):

  • mettere al centro la persona
  • ascoltare
  • rispondere.
  • imparare ed evolvere

(leggi qui)

Tutto questo pone (DEVE porre) profonde riflessioni, sia fra gli addetti ai lavori sia – spero – nella piccola azienda che decide di “aprire una fanpage su Facebook”, sperando di risolvere i propri problemi di business.

Edizione 2011 - Social Business Forum

Edizione 2011 - Social Business Forum

Per fortuna, quell’evento di cui parlavo all’inizio del post è fra poco..
io (e altre centinaia di persone) ci confronteremo con casi reali di successo dove i “socialmedia” diventano approccio metodologico (e non strumento online) per creare vero “valore e business in azienda”.


Ci vediamo a Milano il 4-5 giugno al Social Business Forum?

Dai che facciamo un bel gruppetto quest’anno!
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[Quelli dell’hashtag] Innovazione e Twitter: spunti di posizionamento sui socialmedia

Piccolo e interessante “caso” ieri su Twitter. Alcuni miei “amici di innovazione” hanno organizzato un evento molto interessante e sono finiti in TT per qualche ora (per i non esperti: sono diventati uno dei temi più trattati di tutta Twitter in Italia). Non cito i nomi perché questo post non vuole parlare in nessun modo di loro. Ma estendere le micro-riflessioni emerse nel post-evento a tutti gli eventi di innovazione che – ne sono sicuro – nel 2012 utilizzeranno sempre di più questo e altri socialmedia.

Facciamo uno sforzo di immaginazione.
Immaginiamo questo scenario: organizzo un evento molto interessante dedicato al #temaX. Lo organizzo nel mio ente, che chiameremo #enteY. L’argomento è molto interessante e i partecipanti (online e sul live twitting) molto esperti della tematica (e molto noti nel mondo web, e non solo).

La fredda cronaca della “partita”: il primo tempo
In qualche modo, decidiamo che l’hashtag ufficiale diventa #enteY.
È una strategia interessante: tutti quelli che parleranno del #temaX, al nostro convegno, useranno l’hashtag ufficiale #enteY.
Insomma, parleranno di “noi”.
Bene, fischio d’inizio: la partita si fa subito calda ed entro le 19 l’hashtag entra nei TT.  TOP!

Le pagelle del primo tempo
Vantaggio: aumento di notorietà dell’#enteY.
Svantaggio: chi vuole conoscere l’#enteY (o semplicemente chi clicca sul tag per capirne di più) si trova davanti una lista di tweet che invece parlano del… #temaX. Non parlano delle attività dell’#enteY, insomma.


Il secondo tempo
Dopo le 19, le 2 squadre si esaltano grazie al bel gioco dimostrato e molti giocatori dichiarano – vedendo le prime avvisaglie di spam sul tag ufficiale – “abbiamo iniziato a giocare con l’hashtag”. Quindi, con #enteY vengono “etichettate” tutte le vicende serali, fra cena e dopocena, cibo e brindisi inclusi. 

Le pagelle del secondo tempo
Vantaggio: #enteY scala la classifica dei TT.
Svantaggio: aumenta il gap fra il tema trattato nei tweet e il tema implicito nel tag ufficiale #enteY.


I tempi supplementari

Ovvio: scalando la classifica dei TT, inizia lo SPAM internazionale. Ossia, utenti fake (finti insomma) usano il nostro amato hashtag (#enteY) per postare foto di donnine o simili.

Le pagelle?
Vantaggio: #enteY diventa il primo in classifica fra i TT
Svantaggio: beh, basta leggere un tweet di uno dei partecipanti al social game serale “ah, quindi #enteY e forzagnocca sono la stessa cosa”.

I COMMENTI DEL BAR-SPORT
Ora, dopo la fredda cronaca, i “commenti da bar” (tali vogliono essere questi spunti a caldo, su cui vorrò sicuramente riflettere con calma).
Il punto è:

 Quando organizziamo un convegno legato ai temi dell’innovazione (nei diversi settori), quale strategia di hashtag dobbiamo scegliere?

La risposta (questo post non può esaurirla) è “Dipende” :-)

Diciamo però che abbiamo 3 alternative principali:
a) aumento notorietà dell’ente > #enteY (es: #MITBoston)
b) focus sul contenuto > #temaX (es: #fooddesign)
c) focus sul nome del convegno o del progetto > #twitconvegnoZ (es: #workingcapital)
Soffermiamoci, visto il caso di ieri, sulla prima strategia.

Primo spunto: andare nei TT può essere l’unico obiettivo?
Vabbè, neanche mi soffermo sul perché e percome. Andiamo avanti.

 Secondo spunto: se andiamo nei TT, abbiamo previsto una strategia di breve periodo?
Andare nei TT con l’hashtagh #enteX, pone tre problemi/opportunità:

  • Problema di Immagine: cliccare su #enteY e trovarsi tweet su brindisi (o peggio sulle donnine). Non ci si può far niente.
  • Problema di Notorietà: il concetto di notorietà, soprattutto in un socialmedia, è legato alla profilazione del target, anche in una cosidetta “strategia diffusa”
  • Problema di posizionamento: il più grave, in prospettiva. Chi cerca di capire qualcosa dell’#enteY, si trova (se gli va bene, quindi entro le 19) messaggi sul #temaX. Chi è interessato al #temaX, difficilmente accede in maniera privilegiata ai tweets che in realtà parlano di quella tematica.

Una strategia di breve periodo ricalibra la social-comunicazione e gestisce questi aspetti, ricavandone delle opportunità.
Ovviamente, è da prevedere PRIMA dell’evento.

Terzo punto: se andiamo nei TT, abbiamo previsto una strategia di medio periodo?
Dopo aver gestito il breve periodo alla grande, ci troviamo una serie di utenti che hanno in qualche modo “approcciato” il nostro #enteX.
Abbiamo sicuramente definito PRIMA una strategia per:

  • Ascolto: quale occasione migliore per analizzare le loro esigenze, richieste, ..?
  • Dialogo: quale miglior occasione per iniziare a parlare CON loro?
  • Engagement: quale miglior occasione per coinvongerli nelle nostre interessanti opportunità?

Una strategia di medio periodo serve a non disperdere gli aspetti positivi dell’aumento di notorietà, a ricalibrare gli obietti di comnunicazione e a migliorare la profilazione del target (banalmente: dinstinguere quelli interessati alle attività dell’Ente da quelli interessati al tema trattato al convegno, è fondamentale per  future  strategie di comunicazione efficace).

Infine: un’ulteriore nota positiva.
Il fatto che per qualche ora temi interessati ed enti interessanti vadano in cima alla lista di Twitter significa che ci potrà essere sempre più spazio nel socialmediamarketing per promuovere al meglio eventi e iniziative legate al mondo dell’innovazione. Bravi tutti!

Informazione sociale, tra l’elefante e la farfalla. Spunti di riflessione

“Morte Scalfaro: Twitter batte nuovamente i nuovi media”.

Quanti di noi l’hanno scritto, fra ieri e oggi?
Ma io credo che – alla fin fine – solo i meno lucidi e i più superficiali, ci credano veramente,
dopo il primo momento di “social entusiasmo”.

Mi spiego: proviamo ad immaginare una
gara di velocità fra un uomo e una macchina.

Chi vince? Beh, dipende dallla lunghezza del tragitto:
se fosse di 3 centimetri? ;)

Senza pretese di accademicità, un’informazione ha valore quando coesistono almeno questi parametri:

- completezza (dire  “c’è stato un qualche incidente al Nord” non è informazione)
- veridicità (ok, è banale, ma deve essere aderente alla verità, ciò è chiamo informazione)
- tempestività (dire “è morto Elvis” non è informazione.. ma è morto? Vabbè ;) )
- credibilità ..

 … credibilità: ma che vuol dire nel mondo social?
Vi faccio un esempio, leggi questo scambio avuto su Twitter.

Utente XY: “terremoto a napoli”
gabrielepersi “adesso?”
Utente XY: “si si”
gabrielepersi “dove l’hai letto?”
Utente XY: “su twitter”
gabrielepersi “si ma.. da chi?”
Utente XY: “un tizio”
gabrielepersi “si ma.. cavolo! Lo conosci?”
Utente XY: “buh, non ricordo, ma non dico bugie, l’ho letto”

Se io – preso dalla foga – avessi condiviso (tecnicamente: retwittato)?
Oppure se l’avesse scritto in rapidità un utente che gode della mia credibilità e l’avessi retwittato?
E qualcun altro – che mi ritiene affidabile – l’avesse  a sua volta… ed infine..

Impossibile?
Beh, ieri per Twitter Adele era morta (vabbè discorso lungo),
qualche mese fa lo era Paolo Villaggio (ah, povera ANSA che ci era cascata)..

Una brava giornalista (non trovo il post) giustamente ieri spiegava che twitter batte sul tempo ANSA perché ANSA – per fortuna – deve avere il tempo per verificare. Vero (dopo le cantonate per Villaggio, direi ;)

Ma non è solo un problema di verifica.
E’ anche una questione di tipologia di informazione:
quella dell’ANSA (che ormai prendo ad esempio come media tradizionale) la definirei ora “informazione a blocchi“,
quella dei socialmedia “informazione destrutturata“.

Da un lato, l’informazione di un portale, per quanto esistano quelle simpatiche iconcine sotto, sarà condivisibile sui social, ma non sarà sociale. Un blocco di contenuto da portare in giro, insomma, e al massimo arricchire.

Dall’altro lato, l’informazione sui socialcosi è un processo simile ad un telefono senza fili: ogni utente co-crea l’informazione, con tutti i pro e contro del caso.

Quindi? Meglio l’elefante-ANSA o la farfalla-Twitter?
Nessuno dei due, in realtà, vince il duello.

Finchè l’elefante si interstardisce nel provare a volare
e la farfalla vuol sopportare presuntuosamente il mondo sulle sue spalle,

non solo nessuno dei 2 vince. Ma entrambi rischiano di perdere.

Quando invece si accetteranno per come sono,
e proveranno a costruire (almeno all’interno di un singola testata giornalistica)
un sistema di social-RELAZIONE (e poi informazione) adeguato,
avremo il migliore dei mondi (dell’informazione) possibili.

Quante cose da dire, in merito..

PS Dieci minuti fa, dopo un’attenta analisi, ho scoperto a cora si riferiva il “terremoto a Napoli”
      … al caos dei tifosi napoletani in partenza per una partita di calcio ;-)

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[Social media e innovazione] 3 premesse e 3 spunti di community management per fare BISNESS

C’era una volta l’aereo.
Beh, negli aeroporti si incontrano sempre persone interessanti, stando ai racconti dei miei colleghi:
“Sai che ho beccato il sindaco di Roma? Abbiamo parlato del Progetto XY, era superinteressato”

C’erano una volta le missioni. O, meglio, le missioni all’estero.
Beh, nelle missioni all’estero, conosci sempre persone interessanti, ti fai convegni interessanti, ti fai business dinner interessanti.
“E fai bIsness

“Mica come su Facebook”.

PARTIAMO DA 3 PREMESSE,
che non sono ancora chiarissime, evidentemente, a tutti.
(userò Facebook come capro espiatorio, ma vale per tutti i socialcosi)

1) Facebook non esiste: esistono le persone.

Il Web siamo noi.
Io non parlerò mai male di Facebook: ho conosciuto persone meravigliose, persone che non avrei probabilmente mai conosciuto se aspettavo di incontrarle “dal vivo”.
E sto conoscendo meglio persone che non conoscevo, persone che mi stupiscono e anche emozionano.
Anche che se non c’entrano col lavoro: perché prima di tutto, io e voi business men, siamo persone.
Vi lamentate che su Facebook la gggente (?) pubblica scemate?
Questa è una scemata: caro mio, ognuno ha la bacheca di Facebook che si merita.
Sei tu a scegliere le persone con cui ti connetti e quelle da visualizzare in home.
Se poi diventi amico di ballerine russe o bimbiminkia, la colpa non è di FB.

2) Nel 2012, i socialcosi (e non solo) permettono di risparmiare tempo o costi.
Oppure di aumentarli. Dipende. Da cosa?
Dalle persone, appunto e da come li usano.
Perché loro, gli strumenti, sono appunto.. strumenti.

 3) Il mondo delle startup, delle PMI, degli enti di riceca… insomma,
il mondo dell’innovazione è quello che ha più margini (non sfruttati) di BISNESS
utilizzando in modo efficiente i socialcosi.


E ORA I 3 PICCOLI SPUNTI:

a) impara ad usarli, questi socialcosi.
Vero, Facebook&Co sono gratis. Ma… fidati, perdi una mezzoretta e impara a conoscerli:
… sai che puoi far vedere un video di 300 MB ad un tuo amico, semplicemente pubblicanolo su FB e impostando l’accesso in lettura solo per lui?
Sai per esempio che puoi diffondere un messaggio in dialetto, ipermirato, solo ad alcune persone della tua città, grazie alle liste intelligenti?
Sai poi che puoi selezionare chi vedere in home page, lasciando tutti gli altri nella barra laterale di FB?

b) dopo aver imparato ad usarli, chiediti quali sono i tuoi obiettivi.
Anche personali: vuoi conoscere nuovi amici o vuoi consolidare l’amicizia di quelle che conosci?
Oppure, parlando di lavoro: ti sei mai chiesto se possono aiutarti ad aumentare l’efficacia dei tuoi incontri di business (di persona, eh, de visu, very very traditional). Come? Ah, beh, in 1000 modi, come:
- ascoltando le esigenze, anche quotidiane, di potenziali partner
   (CONOSCERE IL PROPRIO TARGET.. ehm, sounds great, doesn’t it?)
- trovandoli, questi potenziali partner
- pre-selezionandoli, questi potenziali partner (mica come una volta, che si facevano 1.211incontri di persona, perdendo un casino di tempo)
- evitando perdite di tempo incontrando potenziali partner che.. restano solo potenziali ;-)

In sostanza, aumentando l’efficacia degli incontri di business di persona.

3) Nessuno dice che i socialcosi siano la bacchetta magica.
Sono un’integrazione, non una soluzione.
 
Quindi, per finire: tranquilli, i vostri incontri di persona e i vostri viaggi all’estero li farete comunque :-)
Magari però ma arriverete dopo aver già fatto la maggior parte del lavoro e potrete dedicarvi alla social dinner..
con una persona che avrete già avuto modo di conoscere ;-)

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Competitività aziendale con il Social Business: intervista a Stefano Vitta, co-fondatore di Bloggers.it

Stefano Vitta sarà uno degli speaker al Social Business Forum dell’8 giugno a Milano (Informazioni e registrazione online).
In questo momento collabora come web strategist con Connexia, agenzia di comunicazione multicanale. E’ inoltre uno dei promotori dell’associazione WOMMI (Word Of Mouth Marketing Italia).
Cerchiamo di carpire da lui qualche spunto prezioso prima di partecipare all’evento.


Ciao Stefano! Volevo sapere.. anzi, iniziamo da qui: chi è veramente Stefano? 

Più passo il tempo in rete, lavorando su progetti sempre diversi, e più ho difficoltà a rispondere a domande del genere.
Lo scenario in cui mi trovo a lavorare è talmente flessibile ed in rapida evoluzione che la sensazione di essere inadeguato per svolgere gli incarichi che mi vengono assegnati è costante. Allo stesso tempo lo stimolo maggiore arriva dalla necessità di dover imparare sempre cose nuove e sperimentarle sul campo.
Mi piace pensare di essere un innovatore ma in realtà cerco solo di tenere il passo con il mondo che cambia


Bene.. allora continuiamo con una provocazione: “il Social Business è efficace, dal punto di vista gestionale ed economico, solo in un’azienda medio-grande”. Che ne pensi?

Sia per le grandi che per le piccole imprese vale un principio fondamentale: aver ben chiaro l’obiettivo che si vuole ottenere  utilizzando strategie di comunicazione e relazione sui social network.
Nel caso di una PMI, in cui le risorse economiche sono limitate, mi concentrerei sulla possibilità di monitoraggio (ascolto) del proprio target di riferimento piuttosto che sulla promozione di prodotti e servizi.
In un secondo momento è possibile svolgere piccoli esperimenti con l’obiettivo di creare una relazione, basata su una serie di interessi comuni, tra l’azienda ed il target con l’obiettivo di far partire una collaborazione reciproca capace di ampliarsi coinvolgendo sempre più utenti. Alle PMI consiglio di sperimentare solo se in grado di comunicare una vera passione in quello che fanno.


A proposito di passione.. quotidianamente assistiamo ad una gara “a chi parla peggio” della società italiana.
Ti va di fare il “cattivo con i cattivi”? Dimmi un aspetto positivo nel rapporto fra imprese e Social Business in Italia.

La mia sensazione è che a parlar male siano spesso quelli che con le grandi aziende non hanno mai lavorato e hanno scarsa conoscenza delle complesse dinamiche che regolano la struttura di una corporation. Errori ne sono stati fatti ma alla fine è solo sbagliando che si impara a gestire uno scenario nuovo come quello del Social Business. Ad oggi il management è molto più competente ed incomincia a comprendere il potenziale dei canali social sia vari fronti in cui può essere applicato.  Nei prossimi anni vedranno la luce diversi progetti di ampio respiro in questo senso.


Ormai lo sanno anche i bambini: il primo cliente di un’azienda sono i suoi dipendenti.

Come è cambiato il rapporto tra un’impresa e il suo personale dopo l’avvento dei Social Media?

Ci sono aziende che hanno una rete di dipendenti tale da far concorrenza a molte fan page di successo.
Riuscire a gestire e veicolare un passaparola positivo anche attraverso i propri dipendenti dovrebbe essere scontato e invece è ancora un aspetto poco preso in considerazione. Per ora la principale preoccupazione è quella di non avere persone che parlino male della propria azienda su Facebook. Il problema è che le aziende non sono ancora organizzate per gestire una relazione bidirezionale al proprio interno. Vige ancora un organigramma piramidale che non può essere applicato alle dinamiche di relazioni “social”. Se la cultura aziendale si focalizza sul divieto di diffondere commenti negativi, invece di analizzare i motivi perché questo succede, la strada da percorrere è ancora lunga.


Bibliografie e sitografie di tutto il mondo sono piene di “segreti per costruire una community di successo”.
Ma quali sono le cose da NON fare in una community interna?

Interne od esterne, le community non si creano ma già esistono in ogni contesto sociale grazie ad un naturale sentimento di aggregazione tra i membri. Si tratta quindi di saperle identificare ed organizzare, fornendo strumenti utili agli utenti e rispettando le loro necessità. Quello che NON bisogna fare è semplicemente cercare di organizzare una community senza esserne un membro effettivo e come tale essere riconosciuto dagli altri membri.


C’è un aspetto del Social Business aziendale che mi incuriosisce molto: la geolocalizzazione.

Ammetto di avere ancora un po’ di confusione sullo sviluppo di questo scenario. Ho letto diverse case histories ma i numeri ancora non mi convincono. Per ora ritengo la geolocalizzazione come un utile strumento per progetti di più ampio respiro.

Arte & Social Business

Arte & Social Business


Cambiamo per un attimo prospettiva.
Quale poesia, canzone o opera d’arte secondo te può rappresentare il Valore del Social Business?

Beh potrei dire la Monnalisa.
Ho lo stesso sorriso ogni volta che leggo il brief di nuovo progetto.
Non so però se si tratta di un effettivo valore tenendo conto che immediatamente mi saltano in mente le potenzialità e allo stesso tempo le complesse criticità da gestire.


Terminiamo con la più classica delle domande:

ci dai un altro motivo per cui vale la pena rinunciare al mare e venire a sentire il tuo speech al Social Business Forum?

Spesso mi sento dire che non sono bravo a promuovere me stesso e quindi questa domanda mi mette in difficoltà.
La posso dribblare dicendo che sono in ottima compagna? 


Certo, ottima risposta! ;) Ci vediamo l’8 giugno, allora.

Il Social Business non è un fenomeno lontano da imprese e PMI italiane.
Anzi: punta ad ottimizzare il valore, anche economico, dell’ecosistema di un’organizzazione (dipendenti, clienti, partner, fornitori), attivando in modo concreto strategie, tecnologie e processi adeguati per un coinvolgimento sistematico.
A
ccelerare i processi organizzativi, migliorare l’efficienza e incrementare la competitività aziendale sono i principali benefici.
Partecipa al Social Business Forum e scopri casi reali ed esperienze concrete.
> Info e iscrizione online

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Social Media Marketing nel mondo della cosiddetta “innovazione”: spunti e modelli di sviluppo (parte 1)

Bene.
Il mio personale “dramma professionale” ed esistenziale sta crescendo.

Qualcuno di voi forse ricorderà quando parlavo della più completa inutilità del mio lavoro.
In sintesi: mi avevano invitato ad un convegno per parlare (masochisti!) di “comunicazione dell’innovazione in un Parco Scientifico” e io.. beh.. avevo iniziato parlando come un legale!

PREMESSO CHE
- il concetto di quello che dovrebbe essere un Parco Scientifico è sconosciuto ai più;

DATO CHE
-  l’innovazione per me non esiste, è un concetto vuoto e inflazionato;

SI DICHIARA CHE
- comunicare l’innovazione non ha senso.

QUINDI:
- sono inutile.

E mi immaginavo la felicità del mio capo (e la mia successiva disoccupazione) nel vedere quel video.
(deduco che non l’abbia ancora visto hihi! Ma se volete potete vederlo voi :)

Bene. Immaginatevi ora..
Non solo “comunicazione dell’innovazione” ma perfino “social media marketing“.
Ahahah!

Nei prossimi mesi, quindi, dovremmo anche parlarne qui.
Sempre sperando che il mio capo non legga il blog e guardi quel famoso video ;)

Iniziamo con un outing, vero e proprio.
Un amicodiFeisbuk ieri mi chiedeva (copio-incollo senza citare nomi e cognomi, anche se.. ahaha!)
“vabbè, ok, non sarai proprio chissaàchi (scritto così – ndr) ma sei bravino.. secondo me poi bisogna essere un po’ parac… per fare il social media manager.. tu.. al di là di un talento naturale,, sì’ insomma.. ti sei esercitato in qualche modo?”

Detto che bisogna veramente esser parac…, non ha tutti i torti nemmeno sull’esercizio.
Non ci avevo mai pensato, però (quindi lo ringrazio).

Ok, sì,,, non si fa, lo ammetto blablabla andrò all’inferno blablabla sono bruttoecattivo
MA
l’ho fatto.

Beh sì (non sarò l’unico eh, furbacchioni).
A 18 anni esisteva mIRC.
Chi se la ricorda? Era una delle prime chat.
Uno dei primi approcci che ho avuto con il web.
Navigavamo all’università su un ridicolissimo e molto vintage Internet Explorer (non mi ricordo il numero ma..).
E poi andavamo in chat.

Io e il mio amico Simone, però, usavamo lo stesso computer
(per accappararselo, c’era una lotta peggiore di quella per accappararsi la Gazzetta al bar).
Io e il mio amico Simone, però, non ci chiamavamo in chat “gabrieleesimone”.

Ma.. Lucrezia.

E ci divertivamo ad interagire (diciamo così.. ma non immaginatevi chissà quali discorsi, eh!) con i vari Luca, Angelo, Salvatore, …

Ebbene: così come cito molto spesso il mio onorato servizio di pony express (portapizze) durante gli ultimi anni dell’università come elemento assolutamente imprescindibile per lo sviluppo di competenze di gestione del tempo, decision making, Crisis Management (provate voi a trovarvi incastrati nel pantano mentre la Sig.a Cosoli – quella che ti dava 3 euro e dico 3 euro di mancia – aspettava la pizza per il figlio..)

Insomma: come il lavoro di portapizze mi ha aiutato moltissimo a sviluppare determinate competenze fondamentali oggi,
così quei pomeriggi passati in chat siono stati decisivi per formare la capacità di interagire con l’utente.
Quando ha un atteggiamento positivo verso di te, come rispondere.
E come comportarsi quando invece manifesta un atteggiamento negativo o di chiusura
Insomma: quali sono i meccanismi dell’interazione online.

W Lucrezia, quindi!

(Fine Parte 1 – Continua)

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