Non ditelo a nessuno: per avviare una startup.. basta aprire una nuova impresa! Eppure…

Sì, grande scoperta vero?
La grande eco mediatica che gira attorno al concetto di startup,
ridotta ad una banalissima “nuova iniziativa imprenditoriale”.

I
nvece, devo dire, divento più interessato
quando sento parlare di “startup innovative”:
almeno noto una certa attenzione al valore.

Solo raramente, però, ho un moto di esaltazione:
quando accanto all’espressione “startup innovative”
leggo una parolina ancora più senza senso: “di successo”.

Talvolta mi scaglio sulle singole parole
ma a buon fine: non serve a nulla creare mille ”nuove imprese”
se entro 6 mesi ne muoiono 900.

E sulla qualità delle startup, infatti,
che, in un ecosistema dell’innovazione locale ben strutturato,
si basa un vero sviluppo socio economico nel territorio.

Meno nuove imprese ma di potenziale successo, insomma.
Meno parole e miglior supporto strutturato per
aumentare realmente fatturato ed occupazione.

A dire il vero, ultimamente,
si parla di startup anche per soluzioni politico-normative:
il Decreto Crescita 2.0 parla anche per esempio del ruolo delle pubbliche amministrazioni.

Sono poche – diciamolo – le strutture pubbliche che
hanno sviluppato nel tempo una vera e propria metodologia:
Ossia: cosa si deve fare (e come) per valorizzare le idee d’impresa in un territorio?

Tra pochi giorni se ne parlerà a Pula:
risultati e  idee di business saranno sotto gli occhi (e orecchie) di
investitori, imprenditori, ricercatori, attori del sistema dell’innovazione.

Andiamo al punto: 13 idee d’impresa si presenteranno al pubblico,
come risultati di un percorso intrapreso per la nascita di..
.. “nascita.. di startup innovative di successo”.

Resteranno sul palco 5 minuti a testa, senza show e interruzioni:
nel pomeriggio, infatti, investitori e imprenditori interessati
terranno incontri riservati per scoprire opportunità di investimento.

Tra i pitch e gli incontri, infine, si terrà un dibattito
fra un referente della Task Force del Ministro Passera e due startup locali:
quali sono le migliori politiche pubbliche pro startup?

Un breve testo di savethedate è disponibile
cliccando su questa news:
sbrigatevi a prenotare, i posti sono solo 80 circa.

Penso di avervi detto tutto,
tranne il giorno dell’evento:
9 novembre, ore 9.00
fsdf

Ah: il titolo lo trovate mettendo insieme le lettere iniziali dei paragrafi di questo post.

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Ci vediamo in Sardegna!
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Aggiornamento
Questo post è stato visto da moltissime persone.  Grazie.
Un doveroso chiarimento: startup e nuova impresa sono due cose tecnicamente diverse.

Ma il punto è lo stesso: aprire una starup è comunque semplice: tenerla in vita e farla crescere, no. E non è solo questione di fortuna.
Cerchiamo di capire quindi se esistono metodi per favorire la crescita di startup di potenziale successo. Per me esistono, e li abbiamo messi in pratica in Sardegna.

Avere un “centro di ricerca di eccellenza” a 30 metri dall’ufficio, e conoscerlo grazie a Facebook (e iTunes)

Sapete qual è il termine che odio di più usare, dopo la parola “innovazione?”
Centro di ricerca di eccellenza”.

E’ un’espressione autoreferenziale e spesso sopravvalutata.

Oggi invece ne ho conosciuto meglio uno.
Che sta a 30 metri dal mio ufficio.
E tutto grazie ad una condivisione su Facebook (strano il mondo, eh?)

Si tratta del Centro Internazionale di Ingegneria Genetica e Biotecnologia (ICGEB – Internazional Centre for Genetic Engineering and Biotechnology).
Ebbene, è un centro di eccellenza. E lo è a livello mondiale.

In numeri, si tratta di una rete di 500 ricercatori (e ricercatrici, moltissime), provenienti da 38 Stati diversi e attivi in 3 Centri: uno a New Delhi, uno a Cape Town e uno.. a Trieste, appunto.

Nei fatti, invece, si tratta di una serie di laboratori altamente innovativi, che producono studi e risultati scientifici e che svolgono una serie di programmi di ricerca all’avanguardia su scala internazionale con importanti ricadute a beneficio dei Paesi emergenti e in via di sviluppo. (Gli Stati membri sono 61).

Nota: quando ho la possibilità di conoscere da vicino un centro del genere, vi ci porterei immediatamente a forza coloro che continuano a fare tagli alla ricerca in Italia.

Vabbè, due spunti per voi:

Hanno una biblioteca video interessantissima relativa ai loro corsi.
Dove? Su Youtube? No. iTunesU (piattaforma offerta da Apple per l’educazione e la formazione).
Domanda: “Ma non sono troppo profilati così, gli utenti?” Risposta: solo in Italia c’è questa barriera.
Pensate: i filmati vengono scaricati e visualizzati circa 6.000 volte al mese: se pensate che si parla di biotechnologie (e non di gelati alla fragola), sono numeri pazzeschi. (read more)

Hanno una rete di contatti a livello mondiale di assoluta eccellenza, nel loro settore.
Basta pensare che dal 30 maggio al 2 giugno organizzano un evento sulle frontiere della ricerca cardiovascolare a livello mondiale.
Centinaia di professori e studiosi, fra i migliori a livello globale, verranno a Trieste a discutere le nuove scoperte sul tema “Cardiac e Vascular Regeneration”.

La cosa bella?
Studenti e ricercatori di tutto il mondo (“pensa che abbiamo più facilità a portare a Trieste un ragazzo dal Sudan, che dall’Italia”.. “mmgh”) hanno la possibilità di entrare in contatto con i luminari di questa materia. Ma non solo: entro domenica, possono inviare un abstract e venir selezionati per produrre un poster (o addirittura parlare ad un talk) di presentazione della loro ricerca.

Cosa aspettate? Il costo è ridicolo, per 3 giorni passati con i migliori scienziati del settore: info e registrazioni entro il 15 aprile su http://www.icgeb.org/Cardiovascular2012.html.

(i temi, non per noi profani ovviamente, sono: stem and iPS cell differentiation towards vascular and cardiac phenotypes. Vessel and heart formation during development. Cardiac and vessel regeneration in adults. Regulation of angiogenesis in adult tissues. Gene therapy of cardiovascular disorders. Clinical application of regenerative medicine in the cardiovascular field)

La vista dalla finestra dell'edificio ICGEB

La vista dalla finestra dell'edificio ICGEB

(l’edificio da fuori è bellissimo, ma dentro è spettacolare: il tema dell’oblò – che mi ricorda il concetto dello  “sguardo sulla ricerca” è ripetutto in molti dettagli, a cominciare dalle finestre.)

Per la tua tesi hai utilizzato i brevetti come fonte di informazione? Partecipa al Premio Nobile e vinci 2.500 euro!

IL PREMIO
Il Consorzio per l’AREA di ricerca scientifica e tecnologica di Trieste bandisce un Premio annuale per tesi di laurea o dottorato che diano risalto all’utilizzo dei brevetti come fonte di informazione.
Quest’anno la terza sezione del Premio rinnova l’invito a presentare tesi che utilizzino esplicitamente i brevetti come fonte di informazione e che abbiano portato al deposito di una domanda di brevetto per un’invenzione finalizzata al risparmio energetico in edilizia preferibilmente con l’integrazione di fonti di energie rinnovabili.
Il Premio è un riconoscimento alla professionalità profusa nell’esercizio della sua attività dal dott. Bernardo Nobile, creatore e primo responsabile del Centro PatLib di AREA Science Park.

> Scarica la locandina

DESTINATARI
Il bando si rivolge a coloro che abbiano conseguito, da non più di due anni, ed entro la data di scadenza del bando, la laurea magistrale, specialistica o del vecchio ordinamento o il titolo di dottore di ricerca presso un’università italiana senza limitazioni di età o cittadinanza.

I RICONOSCIMENTI
Il Premio consta di tre diversi riconoscimenti:
- 2.500 € (al lordo delle ritenute fiscali di legge) per il Premio di laurea magistrale, specialistica o di vecchio ordinamento;
- 2.500 € (al lordo delle ritenute fiscali di legge) per il Premio di laurea per dottorato di ricerca;
- 2.500 € (al lordo delle ritenute fiscali di legge) per il Premio a una tesi di laurea o di dottorato che utilizzi esplicitamente i brevetti come fonte di informazione e che abbia portato al deposito di una domanda di brevetto per un’invenzione finalizzata al risparmio energetico in edilizia preferibilmente con l’integrazione di fonti di energie rinnovabili.

SCADENZA PRESENTAZIONE DOMANDE: 23 aprile 2012
> Scarica il bando
> Scarica gli allegati

DOCUMENTAZIONE BREVETTUALE
AREA offre l’opportunità a 15 studenti, per la preparazione della tesi, di usufruire di una ricerca di documentazione brevettuale, mirata e gratuita, per tutto l’anno 2012.

Per ulteriori informazioni:
Servizio Formazione Progettazione e Gestione Progetti
tel. +39.040.375 5142/5309
e-mail: formazione@area.trieste.it

L’imprenditore in classe 2012: un concorso per avvicinare i giovani al mondo del lavoro

Entrare direttamente in aula per trasferire alle giovani generazioni lo spirito imprenditoriale: la formula de L’Imprenditore in classe, l’iniziativa rivolta alle scuole cittadine promossa dal Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Trieste ed AREA Science Park, si rivelata ancora una volta vincente sia in termini di numero di studenti e imprenditori coinvolti sia in termini di qualità degli incontri.

Il progetto del 2012, oltre a prevedere gli incontri con imprenditori e ricercatori, propone anche l’istituzione di un concorso che ha lo scopo di promuovere l’integrazione fra scuole e imprese, favorire la conoscenza dei processi gestionali, progettuali, produttivi, tecnologici e di comunicazione delle aziende.

Agli studenti viene richiesta la redazione di un breve testo su uno dei temi proposti dall’imprenditore o dal ricercatore durante ‘lincontro con gli studenti. I componimenti verranno valutati da una commissione composta dagli stessi imprenditori e dai ricercatori che avranno partecipato a L’Imprenditore in classe 2012.

I vincitori potranno partecipare a uno stage formativo presso un’azienda locale o presso il Consorzio per l’Area di Ricerca Scientifica e Tecnologica di Trieste, che si svolgerà nel periodo estivo.

> Maggiori informazioni

L’orgoglio che noi giovani non proveremo mai.

Ci sono momenti, nella vita di una persona,
in cui il “tempo presente” sembra perdere consistenza.
Sono proprio quei momenti in cui paradossalmente acquista valore:
da aggettivo diventa sostantivo, da istante diventa dono.

Ci sono dei momenti, nella vita di una persona,
in cui quello che hai non ti basta più.
Perchè ciò che sai non è più sufficiente a capire chi sei.

Sono proprio quei momenti in cui il passato si siede sulla
bilancia della tua vita e riequilibra il peso delle speranze future.
D’improvviso ti ritrovi a sfogliare
vecchie carte e fotografie di tuo nonno
e ritrovi parti di te che avevi dimenticato
ma che oggi il destino ha colorato di bianco e nero.

La verità è che ti senti un po’ più piccolo,
in quei momenti lì.

Scopri che ti fai bello di molte cose
i cui meriti sono riflessi nello specchio della storia.

Ma è proprio quando diventi piccolo,
piccolo come i pupazzi che abbracciavano la tua mano da bambino
che ritrovi la sensibilità per percepire la grandezza della tua storia.
Un successo non è altro che il frutto
di tante piccole decisioni senza errori.

Tutto questo, nella vita di un uomo, si chiama
maturità. Anzi, qualcosa di più.
E, vi assicuro, viverla provoca emozione.

E’ successo ieri. 
Il 16 gennaio 2012 è stata una bella giornata al lavoro.
Per un attimo la catena di montaggio, fatta di ruoli e procedure, si è spezzata.

E dal volto dei colleghi sono emerse d’incanto le facce delle persone.
Persone che lavorano ancora qui
e persone che ci lavoravano anni fa:
300 occhi rivolti, senza bisogna di aprirsi, verso la stessa direzione:
verso la persona che ha creato tutto ciò in ci noi viviamo.

Il primo Presidente di AREA è morto 11 anni fa.
Molti di noi non l’hanno mai conosciuto.

Ieri tutti insieme abbiamo letto il suo libro come fosse un diario prezioso,
abbiamo sbirciato le foto spolverate
rubando ricordi a chi ne aveva in abbondanza
e rinviando per sempre il compito di riportarli in mansarda.

Chi non l’ha conosciuto ha iniziato ad aggrapparsi
alle parole di coloro che avevano condiviso con lui le prime sfide e i primi successi.
Con una invidia emotivamente spiazzante.

Perché tu sei qui,
ti sembra di spaccare il mondo con il tuo lavoro,
snocciolando chilometri su chilometri su autostrade asfaltate.
Trieste, Basilicata, Calabria, mondo.

Poi ieri ti capita di fermare il tempo su un elegante ottantenne,
e realizzi ad un tratto che lui era qui quando si sono formati
i primi sentieri. Altro che autostrada
E ti ritrovi a sostenere col tuo sguardo
la sua camminata incerta verso la prima sedia libera in auditorium.

Ma quando le parole iniziano,
il suo sguardo si accende:
i ricordi abbandonano incuranti il suo corpo su quella sedia.
La memoria si tinge di fierezza e gli occhi bruciano di orgoglio mai sopito.

E’ una botta sui denti, ragazzi.
Proprio a te, che ti sentivi così figo. Ma dove cavolo eri tu?
Provi quasi un senso di disagio per non aver mai toccato con mano
la nostra storia, le mille vite qui dentro,
le mille vite della storia
.

Come quella di un tuo collega che conosci benissimo
ma che per la prima volta percepisci nella sua emozione
quando – giovanissimo – fu invitato ad una serata
per festeggiare un insediamento importante.

Riesci a vederlo con chiarezza:
il clima di festa, lui tutto elegante, 
il Presidente che ad un tratto invita i suoi collaboratori
a fare un giro in barca di notte.
Vedi il golfo di Trieste e vedi anche la ciurma che sale, festante, sulla barca.
Riesci perfino a sentire il silenzio che precede la frase del Presidente:
 “Ciò muli, qua in barca semo tutti uguali: bisogna darse del tu”.

E tu, dopo anni di distanza, percepisci ancora quanto quel privilegio,
quel piccolo “tu” al Presidente, quell’unica volta in quell’unica occasione,
sia stata una delle cose più importanti in anni di lavoro.
Un privilegio che non ha prezzo.

Sapete una cosa?
Non so se “noi giovani” riusciremo mai a provare quella fierezza e quell’orgoglio.
Troppi impegnati a creare e troppo poco a vivere.

Quanto a me..  fino a ieri provavo tristezza nel non aver vissuto gli inizi di AREA.
Da ieri provo rabbia. Non è giusto.

L’unica consolazione è poter assorbire il più possibile quella fierezza
e farvela assaggiare d’ora in poi nei racconti di cosa faremo.

Certo, magra consolazione.
Per cui voglio permettermi di iniziare così:

per un attimo, anche se non ti ho conosciuto,
voglio darti anche io del tu.
Grazie Fulvio.

Ieri è stata una cerimonia molto intima e riservata. Molto umana.
Solo noi e alcuni parenti/ex colleghi.
Alcune foto dell’evento
> Il comunicato stampa ufficiale

Prestigioso premio dell’americana AAS al satellite italiano AGILE, grazie ad una scoperta sulla Nebulosa del Granchio

Il satellite italiano Agile (Astrorivelatore Gamma a Immagini Leggero) si è aggiudicato il riconoscimento internazionale più ambito nel campo dell’astrofisica delle alte energie, il premio Bruno Rossi, assegnato ogni anno dall’American Astronomical Society. Intitolato al padre della fisica dei raggi cosmici, l’italiano Bruno Rossi, il riconoscimento è stato consegnato al gruppo di ricerca coordinato da Marco Tavani, dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf).  Il premio è stato assegnato per la scoperta della variabilità dell’emissione gamma dalla Nebulosa del Granchio, ritenuta una sorgente campione.

Agile è un magnifico esempio di collaborazione tra vari enti e agenzie di ricerca italiani. L’Infn è orgoglioso di aver realizzato il tracker in silicio che si è rivelato l’elemento decisivo per determinare la direzione da cui provengono i raggi gamma osservati dal satellite.

“Abbiamo dovuto superare un grande numero di problemi tecnico sperimentali nella realizzazione dello strumento, che ha lavorato per quasi cinque anni nel difficile ambiente spaziale – dichiara soddisfatto Guido Barbiellini, responsabile scientifico per l’Infn di Agile.  La Nebulosa del Granchio è stata per tanti anni considerata una candela di riferimento per la stabilità delle sue emissioni elettromagnetiche. La scoperta di un improvviso aumento dell’emissione nella banda di energia sperimentata da Agile ha costretto alla revisione di molti modelli teorici e ha proposto un problema all’astrofisica  gamma teorica di difficile soluzione.

Ma la soddisfazione è di tutta la squadra italiana: per Tavani un satellite cosiddetto ”piccolo”, come Agile, ha dimostrato di poter competere con i grandi. Per il presidente dell’Inaf, Giovanni Bignami, Agile è ”l’immagine dell’Italia migliore” e ”un condensato di altissima tecnologia ed eleganza al tempo stesso: realizzato con finanziamenti minimi e massimo ingegno, ha funzionato fin da subito in modo egregio”.

Molto importante il contributo del Friuli Venezia Giulia, dove i ricercatori della Sezione triestina dell’Infn e dell’Università di Trieste hanno realizzato il cuore sperimentale di Agile,  il tracciatore al silicio, progettato e costruito nei laboratori insediati in AREA Science Park.

> La scheda di AGILE

Corrado Clini (Ministro Ambiente e Presidente AREA Science Park): “Mobilità, competenze e marketing per il sistema della ricerca”

“Il coordinamento degli Enti di ricerca del Friuli Venezia Giulia deve essere occasione per favorire la sinergia e l’ottimizzazione delle importanti risorse scientifiche, umane e finanziarie presenti sul territorio”. Lo ha detto il presidente di AREA Science Park, ministro Corrado Clini, intervenendo alla decima conferenza annuale del CER questa mattina a Trieste.

> Ascolta la dichiarazione di Clini (audiointervista – a lato della pagina web)

“Tre sono gli assi sui quali muoversi – ha proseguito Clini: 

aumentare la mobilità internazionale nel settore della conoscenza, accrescendo il ruolo di AREA e degli altri enti quali interfaccia di istituzioni europee ed extraeuropee.

In secondo luogo, rafforzare in Friuli Venezia Giulia le competenze distintive, puntare alla crescita di nuove competenze nei settori della ricerca e dell’innovazione, sostenendo programmi di intervento di successo come il progetto Innovation Network, al quale mi aspetto la Regione possa dare ulteriore collaborazione.

Infine, dobbiamo essere più capaci di fare marketing su ciò che il territorio è in grado di offrire in termini di eccellenze e capacità di ricerca, in modo da intercettare la domanda internazionale di supporto all’innovazione, forte in Paesi come Cina, India o Brasile, guardando in particolare a settori quali energia, biomedicina e nanotecnologie. In questo sforzo, un ampliamento dell’attività del Wellcome Office FVG può aiutare a organizzare l’offerta”.

Riguardo al suo incarico di presidente del parco scientifico di Trieste, Clini ha dichiarato:  “Sono impegnato a continuare a lavorare con AREA, preferibilmente ancora come presidente. Stiamo valutando dal punto di vista formale quali sono le diverse opzioni”.

Passando ai contenuti della Conferenza, il contesto nel quale si svolge è ben fotografato dalla recente indagine conoscitiva La Mobilità della Conoscenza”: il sistema scientifico e accademico del Friuli Venezia Giulia, in controtendenza con il dato nazionale, risulta attrattivo per i giovani talenti stranieri. Nel 2010 sono stati 3.453 gli studenti e 10.111 i ricercatori che hanno, per un periodo più o meno lungo, lavorato o studiato in una delle istituzioni scientifiche del territorio. I ricercatori stranieri che operano stabilmente presso gli enti di ricerca e le università presenti in regione sono 4.123 (quasi la metà sul totale di 8.301, italiani compresi). Le provenienze abbracciano tutto il mondo, con in testa Unione Europea (900) e Africa (850) e una crescita significativa di arrivi dai Paesi Asiatici e del centro e sud America.

 Ed è proprio ai talenti del mondo della scienza che l’edizione 2011 dell’evento è stata dedicata; il Coordinamento degli Enti di Ricerca regionali (CER) ha dedicato la conferenza annuale tenuta oggi nel centro congressi di AREA Science Park. Tre testimonial al centro dell’evento, a rappresentare i molti ricercatori giovani e di grande competenza che orbitano intorno alla sistema scientifico del Friuli Venezia Giulia: Riccardo Spizzo, Silvia Cavalli e Caroline Lavoie sono tre dei numerosi talenti. Grazie a una borsa TALENTS,  programma a sostegno della mobilità internazionale,  il loro percorso professionale li ha portati sono approdati in uno degli enti di ricerca del CER – Coordinamento Regionale degli enti di Ricerca.

Riccardo Spizzodopo la laurea presso l’Università di Udine e un Phd in oncologia e farmacologia presso l’Ateneo di Ferrara, è partito alla volta degli Stati Uniti, dove si è dedicato al non-coding RNA nelle cellule tumorali presso l’Ohio State University e l’MDAnderson Cancer Center, Houston (Texas).

Silvia Cavalli si è laureata in chimica a Milano e ha conseguito un dottorato presso l’Università di Leiden (Olanda). Ha continuato il suo percorso professionale al Dutch Cancer Institute (NKI) di Amsterdam e all’Institute of Research in Biomedicine (IRB) di Barcellona poi.

Caroline Lavoie è una ricercatrice di origine canadese che attualmente lavora all’OGS – Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste, dove si occupa di cambiamento del livello globale acquatico e del clima terrestre. Ha maturato diverse collaborazioni internazionali, svolgendo gran parte del proprio percorso formativo all’estero presso centri di ricerca spagnoli e con costanti collaborazioni con network di ricerca americani.

Ricerca scientifica in Friuli Venezia Giulia: alla 10° Conferenza Annuale si parlerà finalmente di “Talenti”

Quanti convegni per parlare di ricerca scientifica ed eccellenza ci sono in giro per l’Italia?
Tanti. Questo is “just another event”.
Quanti convegni però possono raccontare un esempio reale di coordinamento fra un numero di enti di ricerca che non ha pari al mondo? (secondo solo alla media Giapponese?).
MMh, pochi. Questo is “one of them”.
Quanti convegni alla fine, in questo contesto, fanno parlare i ricercatori?
Parlo di quei 13.000 ricercatori stranieri che hanno fatto una fuga dei cervelli all’inverso e sono venuti in Friuli Venezia Giulia a lavorare.

Questo è uno dei rari eventi insomma in cui – in un contesto scientifico di alto livello - prendono la parola e raccontano la loro storia i “Talenti della Ricerca Italiana”.

1 dicembre 2011 – ore 9:30
Multisettorialità ed eccellenza scientifica:
i punti chiave dell’attrattività del sistema scientifico regionale attraverso l’esperienza dei “talenti” 
AREA Science Park, Padriciano 99 – Trieste (Google Maps     -      Foursquare)

X° Conferenza Annuale del Coordinamento Regionale degli Enti di Ricerca 
Il prestigio scientifico internazionale, l’eccellenza dei laboratori riconosciuta a livello europeo e la possibilità di collaborare in team multidisciplinari ed eterogenei. S
ono alcuni dei fattori che hanno fatto scegliere agli oltre 13 mila studenti e ricercatori stranieri una delle istituzioni scientifiche del Coordinamento regionale degli Enti di Ricerca.

Per meglio comprendere i punti di forza e di debolezza dei centri di ricerca del Friuli Venezia Giulia, la X Conferenza annuale del CER costituirà l’occasione per dar voce ad alcuni dei ricercatori che hanno vinto borse di mobilità internazionali per sviluppare innovativi progetti di ricerca in collaborazione con gli istituti del Coordinamento regionale.

Saranno pertanto i “Talents” a raccontare quest’anno le eccellenze e le nuove sfide della Ricerca nell’ambito dei temi legati alla salute, alle nanotecnologie ed all’ambiente. 

Infine, considerata l’importanza di coordinare le politiche in materia di Ricerca e Innovazione in tutta Europa e riconosciuto il ruolo strategico delle regioni quali attori fondamentali per l’attuazione di programmi di Ricerca e Sviluppo innovativi, saranno direttamente i rappresentanti di Commissione europea, MIUR e Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia a condividere le strategie volte a rafforzare i sistemi socio economici. 

A seguire si terrà la cerimonia del Premio in memoria di Bernardo Nobile 2011, un riconoscimento annuale di AREA Science Park che premia tesi di laurea o di dottorato che abbiano dato risalto all’uso dei brevetti come fonte di documentazione. 

> Info e iscrizione online

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Crisi? Un ente di ricerca può non esser un peso, anzi può diventare fonte di business (dal Sole24Ore: “AREA Science Park fa leva sul mercato”)

Alla fine, è vero: per chi ha competenze distintive e reali, la “crisi” può essere un’opportunità.
Articolo tratto da “Sole 24Ore – 30.10.2011

AREA SCIENCE PARK DI TRIESTE FA LEVA SUL MERCATO
La ricerca può avere un peso leggerissimo nei conti pubblici e può, al contrario, generare nuovi business, redditi e (quindi) benefici per il fisco. A Trieste il parco scientifico ha appena approvato il bilancio di previsione per il 2o12: su ogni euro di contributo statale, il consorzio di AREA Science Park ne ottiene quasi il doppio dal mercato e da altre forme di autofinanziamento.

La previsione di entrata è pari a 21,1 milioni di euro, cui va aggiunto un avanzo di amministrazione nell`ordine dei 2,6 milioni

Da anni, i conti del consorzio di gestione di AREA Science Park di Trieste si basano soprattutto sull`autofinanziamento grazie alla gestione
commerciale del parco scientifico e, soprattutto, dalla capacità di procurarsi finanziamenti su fondi su progetti comunitari, nazionali o
regionali.

I finanziamenti statali si riducono, come in tutta la pubblica amministrazione, e quindi AREA risparmia non sulla finalità per cui è nato – promuovere la ricerca e la nascita di innovazione - bensì sulle spese di funzionamento interno dell`ente.
Un esempio per tutti: non sarà toccata l’entità delle borse di studio e di ricerca, pari in tutto a 1,12 milioni di euro.

«Il nostro Paese – sottolinea il presidente di AREA, Corrado Clini – attraversa un momento complesso che richiede a tutti, pubbliche amministrazioni, imprese e cittadini un comportamento responsabile. Noi lo facciamo, salvaguardando le risorse destinate a creare valore per la comunità coniugando creatività, innovazione e rispetto per l`ambiente».

[.]

Materiali innovativi per l’edilizia: non si parla di estetica, ma di sviluppo e risparmio di tempo e costi

10 novembre – Ore 16:30
Materiali innovativi per l’edilizia sostenibile
Sala Convegni Confindustria Udine Largo Carlo Melzi, 2 – Udine

> Iscrizione gratuita       > Scarica Programma (PDF)

In un contesto di economia sostenibile un progetto edilizio deve valutare, tra i criteri di sviluppo, la scelta di materiali e tecnologie non soltanto performanti ma capaci di contenere gli impatti ambientali ed energetici.
In questa visione emergono nuove esigenze e richieste in tema di materiali innovativi applicabili all’edilizia. Esistono valide alternative al cemento, materiale d’eccellenza nella tecnica delle costruzioni, che contribuisce però al 10% dell’inquinamento mondiale? Esistono soluzioni per limitare l’impatto ambientale delle lavorazioni e ridurre i consumi energetici, contribuendo così a contenere i costi ed aumentare la competitività?
AREA Science Park organizza, in collaborazione con Confindustria Udine, un workshop rivolto alle aziende e agli operatori del settore pubblico, per illustrare le opportunità che il MaTechPoint® FVG offre nella scelta e nell’utilizzo di materiali, utili a realizzare progetti edilizi innovativi per prestazioni tecniche, ambientali ed energetiche.
Durante il workshop verranno presentati numerosi esempi e campioni di materiali innovativi, illustrate le caratteristiche tecniche e le specifiche applicazioni già presenti sul mercato.

Si parlerà di:
Cemento green, pietra flessibile, materiali a cambiamento di fase, fono e termo isolanti green, vernici riflettenti, vetri intelligenti, nanotecnologie, materiali rigenerati, coibentazione attiva e molto altro ancora.

Destinatari:
imprenditori, re sponsabili aziendali, tecnici R&S, direttori di produzione, progettisti pubblici e privati. Perché partecipare? Per essere aggiornati sulle ultime proposte a livello internazionale. Per confrontare le proprie idee/progetti con gli esperti di materiali e trasferimento tecnologico.

Iscriviti gratuitamente tramite questo form online .

PROGRAMMA
16.30  – Introduzione
Alexandro Luci
Capogruppo aziende «materiali da costruzione» – Confindustria Udine

Mario d’Amato
Servizio Trasferimento Tecnologico – AREA Science Park – Trieste

Materiali innovativi per l’edilizia sostenibile: le novità del settore
Paolo Santinato
Project Manager Matech ® ‐ PST Galileo

MaTech Point FVG e i servizi per il trasferimento tecnologico
Martina Terconi – Responsabile MaTech ® Point Friuli Venezia Giulia
AREA Science Park

18.00 Domande e risposte

Segue un aperitivo

Per informazioni:
MaTech Point® Friuli Venezia Giulia 
Padriciano, 99 – 34149 Trieste
tel  040.3755258
fax 040.3755176
fvg@matech.it 

In collaborazione con:

un’iniziativa realizzata
nell’ambito di
 progetto cofinanziato da
 

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Degenerazione del sistema nervoso centrale: un passo avanti nella lotta contro la malattia di Huntington

Un angelo custode per il patrimonio genetico, un pericoloso fautore di morte per i neuroni del cervello:

ecco come agisce la proteina p53 nella malattia di Huntington

 

Identificato un nuovo meccanismo alla base della tossicità esercitata sui neuroni del cervello dalla proteina mutata responsabile della malattia di Huntington, uno dei più gravi disordini ereditari che portano a degenerazione il sistema nervoso centrale. Nella tossicità della forma alterata di Huntingtin, questo il nome della proteina in questione capace di scatenare la devastante malattia, un ruolo fondamentale è giocato da una squadra di enzimi che, mobilitandosi in risposta alla sua presenza, concorrono a rendere attivo uno dei principali guardiani dell’integrità della cellula e del genoma, il fattore p53. Per p53, a volte, proteggere può significare anche condurre le cellule sulla via del suicidio e attraverso quest’ultima strada Huntingtin mutata provoca la morte dei neuroni. Grazie al traguardo raggiunto, le proteine che inducono le cellule del cervello a intraprendere questo viaggio senza ritorno potrebbero diventare il punto d’attacco per intervenire sulla malattia. La scoperta è stata realizzata da un’équipe di scienziati del Laboratorio Nazionale CIB – Area Science Park di Trieste e dell’Università degli Studi di Trieste guidata da Giannino Del Sal, in collaborazione con la Sissa di Trieste e con l’Università degli Studi del Piemonte Orientale e viene pubblicata online questa settimana dall’autorevole rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences.

Le cellule all’interno dell’organismo si trovano continuamente a fronteggiare situazioni di stress generate, per esempio, dalla perturbazione del metabolismo o dal danneggiamento del proprio patrimonio genetico. Non si tratta di eventi poi tanto rari, per questo motivo la sopravvivenza e il corretto funzionamento delle cellule all’interno di organi e tessuti dipendono fortemente da un sistema fondamentale di protezione fondato su sensori capaci di lanciare allarmi molecolari, in modo da scatenare una risposta adeguata rispetto al tipo di pericolo che incombe.

Una proteina, in particolare, ha un ruolo centrale nel sistema di sorveglianza dell’integrità della cellula e del suo patrimonio genetico: il fattore p53.Grazie all’azione di p53, in situazioni di stress, la cellula riesce a fermare le sue normali attività per dare priorità alla risoluzione dei problemi che la sovrastano, evitando così l’accumulo di danni su danni e il rischio di andare incontro a un destino tumorale. E se il quadro dovesse risultare troppo compromesso è sempre grazie a p53 che viene attuato una sorta di programma genetico d’emergenza per portare la cellula al suicidio.

Era già noto da alcuni anni che p53 ha un ruolo anche nella malattia di Huntington, un gravissimo disordine neurodegenerativo causato da un particolare tipo di mutazione nel gene che codifica per Huntingtin. una proteina la cui funzione normale è a tutt’oggi non completamente definita. Della sua controparte mutata, qualcosa si sa: è talmente tossica da causare le devastanti manifestazioni patologiche proprie della malattia, come la graduale e selettiva perdita dei neuroni di alcune regioni del cervello, con conseguente compromissione nelle persone affette delle capacità cognitive e motorie.

In questa scena, in che modo entra in gioco p53, ovvero quello che viene definito uno dei più formidabili guardiani del patrimonio genetico o anche uno dei più importanti soppressori della trasformazione tumorale?

Lo studio condotto da Giannino Del Sal, Professore ordinario di Biologia Cellulare presso la Facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Trieste e Responsabile dell’Unità di Oncologia Molecolare del Laboratorio Nazionale CIB (LNCIB) – Area Science Park di Trieste, svela ora il meccanismo molecolare attraverso cui si esplica la tossicità di Huntingtin mutata attraverso p53.

 «In condizioni normali – spiega Del Sal – p53 è presente nelle cellule in una forma, potremmo dire, “dormiente” e a livelli molto bassi. Questo fattore, però, viene risvegliato e accumulato al minimo segnale di stress grazie all’azione combinata e complessa di diverse proteine: enzimi che rilevano problemi e danni e intervengono su p53 modificandolo con l’aggiunta di particolari gruppi chimici e ancora facendogli cambiare conformazione. Il tutto al fine di renderlo attivo o più attivo, a seconda dei casi, e capace di avviare l’espressione di un programma di geni attraverso il quale la cellula reagisce alla situazione che si trova a fronteggiare».

Parkinson, Alzheimer e le altre: alla SISSA di Trieste, 5 milioni di euro dal Miur per lo studio delle malattie neurodegenerative

Alla Sissa di Trieste 5 milioni di euro dal Miur per scoprire quali cambiamenti del genoma umano sono responsabili di alcune malattie neurodegenerative attualmente incurabili, e fatali per il sistema nervoso centrale, quali Alzheimer, Parkinson, Corea di Huntington, sclerosi multipla e malattie prioniche.

Ad aggiudicarsi l’importante finanziamento del ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca con il bando Firb 2011, per il futuro della ricerca fondamentale, è stato un team di esperti coordinato da Giuseppe Legname della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati.  Il progetto, dal titolo Genomica funzionale delle malattie neurodegenerative, assume inevitabilmente rilevanza sociale: si stima infatti che circa 30 milioni di persone nel mondo siano affette da Parkinson, Alzheimer, Corea di Huntington, malattie prioniche e sclerosi multipla e che saranno più di 100 milioni entro il 2050.

> Continua sul post originale

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Ricerca e innovazione in Friuli Venezia Giulia: crescono quantità e qualità dei ricercatori e studenti stranieri

Oltre 10.000 i ricercatori e gli studenti stranieri che nel 2010 hanno scelto una delle istituzioni scientifiche del Friuli Venezia Giulia. Il numero dei ricercatori stranieri rappresenta addirittura il 50% di coloro che operano stabilmente presso gli enti di ricerca e le università presenti in regione. 

Presentati questa mattina nel corso di una conferenza stampa dall’assessore regionale all’istruzione, università, ricerca Roberto Molinaro e dal direttore generale di AREA Science Park,  Enzo Moi, i risultati della VI edizione de “La Mobilità della Conoscenza, indagine conoscitiva  realizzata dal Coordinamento degli Enti di Ricerca regionali (CER). I dati, riferiti al 2010, confermano e rafforzano l’attrattività del Friuli Venezia Giulia per ricercatori e studenti stranieri. Dallo studio emerge che lo scorso anno sono stati 3.453 gli studenti e 10.111 i ricercatori che hanno, per un periodo più o meno lungo, lavorato o studiato in una delle istituzioni scientifiche del territorio. In particolare, i ricercatori stranieri che operano stabilmente presso gli enti di ricerca e le università presenti in regione sono 4.123 (quasi la metà sul totale di 8.301, italiani compresi). Le provenienze abbracciano tutto il mondo, con in testa Unione Europea (900) e Africa (850) e una crescita significativa di arrivi dai Paesi Asiatici e del centro e sud America.

Per quanto riguarda l’area scientifica di afferenza, per i ricercatori in organico (italiani compresi) il settore predominante è Science, Mathematics and Computing, cui seguono il settore Health and Welfare e il settore Humanities and Arts. Parallelamente l’area di studio di maggior interesse per gli studenti iscritti (italiani compresi) è rappresentata da Social Science, Business and Law, cui seguono Humanities and Arts, Engineering, Manufacturing and Construction e il settore Health and Welfare.

L’indagine, condotta per la prima volta in collaborazione con il Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario – CNVSU, attualmente confluito nell’ANVUR, ha mappato specificamente anche i dati di mobilità riguardanti il mondo universitario. Dallo studio è emerso che nell’anno accademico 2009/10 gli studenti stranieri sono stati il 7% del totale degli iscritti, ben al di sopra della media nazionale pari al 3.3%.

Inoltre, il CER ha mappato, per il secondo anno consecutivo, anche la distribuzione di genere, misurata sul totale di studenti e ricercatori – sia italiani che stranieri – presenti nelle 28 istituzioni che hanno aderito all’indagine. Nel dettaglio, dai dati raccolti relativi a studenti e studentesse regolarmente iscritti a corsi universitari, si registra una predominanza femminile -  in particolare per i corsi di laurea di secondo livello -  con il 55,1%. Tale distribuzione varia tuttavia sensibilmente quando si analizza la situazione dei ricercatori  in organico,  con il numero delle donne che si riduce al 30,6% del totale, dato che rispecchia la situazione europea e conferma una maggiore difficoltà  di accesso alla carriera professionale in ambito scientifico.    

Le istituzioni scientifiche e accademiche che hanno partecipato all’indagine “La Mobilità della Conoscenza” sono: ICTP, CBM, Centro Ricerche Plast-Optica S.p.A., CISM, CNR IC, CNR – IOM u.o.s. DEMOCRITOS, CNR – IOM, Conservatorio Statale di Musica “Giuseppe Tartini”, Conservatorio Statale di Musica “Jacopo Tomadini”, Consorzio per l’AREA di ricerca scientifica e tecnologica, CRO, CSF, Fondazione Niccolò Canussio, ICGEB, INAF, INFN, ICS-UNIDO,IRCCS Burlo Garofolo, IRCCS Eugenio Medea, ISIG, OGS, KEYMEC, Science Centre Immaginario Scientifico, Sincrotrone Trieste, SISSA, TWAS, Università degli Studi di Trieste, Università degli Studi di Udine.

Nel corso della conferenza stampa, infine, sono stati illustrati i risultati conseguiti da Welcome Office FVG, lo sportello regionale per i servizi di accoglienza a studenti e ricercatori stranieri.   Nel primo semestre del 2011 il Welcome Office FVG ha soddisfatto 2.833 consulenze le cui maggiori richieste hanno riguardato le opportunità di studio e lavoro, l’alloggio, le condizioni di ingresso e soggiorno in Italia, l’assistenza sanitaria, i servizi per la famiglia e corsi di lingua e cultura italiana. Nello stesso periodo è stata costante la richiesta di consulenze da parte di istituzioni nazionali oltre che dai partner ed enti regionali, in particolar modo per le procedure di ingresso (visti, permessi di soggiorno) e l’assistenza sanitaria. Per quanto riguarda il portale Internet Welcome Office Friuli Venezia Giulia, da gennaio 2011 sono stati 16.360 gli accessi provenienti da 132 Paesi, soprattutto da Stati Uniti, Germania, Spagna, Inghilterra, Turchia, India, Ucraina, Argentina, Costa Rica.

Ancora pochi giorni! Iscriviti gratis al Concorso “La Scienza è Donna”: le migliori fotografie faranno parte di una mostra esposta a Trieste

Il concetto di “ricercatrice” da sempre sposa due tematiche molto discusse: il ruolo della ricerca in Italia e la condizione della donna, in generale. Messe insieme, si configurano come un qualcosa di particolare, delicato e a tratti affascinante.
Come interpretare il ruolo della donna nel mondo della ricerca?

Per festeggiare il centenario della festa dela donna, come vi avevo già accennato, AREA Science Park ha deciso di indire un concorso fotografico.

C’è tempo fino al 2 settembre per iscriversi gratuitamente al concorso fotografico “La scienza è Donna”.
I migliori scatti ricevuti da AREA verranno stampati e costituiranno la mostra fotografica che si terrà dal 19 al 23 settembre 2011 presso la sala esposizioni del Comune di Trieste, P.zza Unità d’Italia.
L’iniziativa rientra nella Notte dei Ricercatori 2011, anno dedicato all’energia in tutte le sue forme.
> Info e iscrizioni su questa pagina web.

In sintesi… qual è il senso del consorso?
Promuovere il ruolo della donna nel mondo della scienza e della ricerca, lasciando ognuno libero di interpretarlo, secondo la propria creatività e sensibilità.

Chi può partecipare?

Beh, per quest’anno abbiamo aperto solo al personale degli Enti del Protocollo di Ricerca di Trieste.
Poi vedremo ;) Dipendenti, collaboratori, studenti di dottorato e ricercatori di un centinaio di aziende (sì, anche gli insediati del Parco possono partecipare, tranqui!), università e enti di ricerca del AREA52territorio.

Quanto costa?
Ovviamente, niente.

Come partecipare?
E’ sufficiente compilare il form di iscrizione on line entro le ore 12.00 del 1 agosto 2011.
Ovviamente, se la tua foto ritrae il volto riconoscibile di una persona, la domanda di partecipazione dovrà essere corredata, pena l’esclusione dal concorso, della liberatoria all’utilizzo e all’esposizione dell’immagine,

Trovi tutte le info su questa pagina web.

Buona fortuna! :)

Tumori al seno: scoperto il tratto che li rende più aggressivi

Caratterizzare meglio la malattia e predirne l’esito , offrendo la possibilità di fare previsioni sulla risposta delle pazienti ai trattamenti.

La ricerca, che sta per essere pubblicata dall’autorevole rivista scientifica Cancer Cell, è frutto del nuovo studio condotto da ricercatori del Laboratorio Nazionale CIB, insediato in AREA Science Park, e dell’Università di Trieste.

Due caratteristiche in special modo renderebbero i tumori mammari particolarmente aggressivi: la presenza nelle cellule maligne di mutazioni che trasformano il fattore p53 in un pericoloso promotore tumorale e l’espressione a livelli abnormi di una specifica proteina, l’enzima Pin1. Nelle cellule cancerose p53 mutato influenza in maniera drammatica la progressione tumorale e si sapeva. Ora, però, una nuova e determinante tessera è stata aggiunta al complesso mosaico del carcinoma mammario: p53 mutato e Pin1, insieme in un’accoppiata micidiale, sovvertono le funzioni cellulari.

Al tratto molecolare dato dalla combinazione di questi due elementi risulta associato un vero e proprio dirottamento del programma genetico attivo all’interno delle cellule, che porta all’espressione di un gruppo specifico di geni in grado di promuovere l’acquisizione da parte delle cellule tumorali di caratteristiche aggressive e della capacità di migrare e invadere altri tessuti. Doti essenziali, queste, affinché una cellula cancerosa possa intraprendere il viaggio che all’interno del corpo la porterà con le metastasi a corrompere organi diversi da quello di partenza.

Tumori al seno: scoperto il tratto che li rende più aggressivi

La scoperta, frutto di uno studio condotto dal team internazionale di ricerca guidato da Giannino Del Sal, Professore ordinario di Biologia Cellulare presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Trieste e Responsabile dell’Unità di Oncologia Molecolare del Laboratorio Nazionale CIB presso AREA Science Park di Trieste, ha una rilevanza clinica particolarmente significativa. Nei tumori mammari, infatti, la presenza di livelli eccessivi di Pin1 combinati con quella di mutazioni nel gene per il fattore p53 correla con l’esito infausto della malattia, in base a quanto emerge dall’analisi effettuata dagli studiosi su oltre 200 casi di carcinoma mammario.

L’obiettivo: prognosi più efficienti per nuove terapie specifiche

«Un aspetto critico al momento della classificazione della malattia – afferma Del Sal – è l’identificazione attraverso biomarcatori specifici dei casi a elevato rischio di ricorrenza e la capacità di predire la risposta delle pazienti alle terapie, requisito fondamentale questo per poter migliorare le strategie di cura e per guidare le scelte terapeutiche. Il nostro lavoro fornisce un contributo proprio in questo ambito». E spiega il ricercatore: «Le mutazioni nel gene che codifica per la proteina p53 sono alterazioni che ricorrono di frequente nelle donne colpite da un tumore al seno. La maggior parte di queste non ha come esito la distruzione della proteina, ma la sua conversione in un potente promotore tumorale. Per caratterizzare la malattia spesso si ricorre al test che permette di rilevare questo tipo di aberrazioni.

Quello che però emerge chiaramente dai nostri studi è che per avere un quadro dettagliato sull’aggressività del tumore e sull’andamento della malattia sarebbe importante associare a questa indagine l’analisi dei livelli di espressione della proteina Pin1. Un metodo di prognosi di questo tipo, basato cioè sulla rilevazione dello stato mutazionale di p53 e della quantità di Pin1 presente nelle cellule tumorali, permetterebbe di discriminare meglio, tra i diversi casi di carcinoma mammario, quelli con una minore probabilità di sopravvivenza e quelli che rispondono in maniera inefficace agli interventi terapeutici, in particolare a un certo tipo di chemioterapia adiuvante. Capire quali pazienti mostrano queste caratteristiche e perché è fondamentale per poter progettare nuove strategie di attacco al tumore».

Non solo attraverso p53 mutato e Pin1, aggiunge Del Sal, si otterrebbero informazioni importanti sulla malattia, ma anche dalla valutazione dell’espressione dei geni che costituiscono la firma molecolare associata all’azione di queste due proteine. Da tutto il programma genetico che grazie a p53 mutato e Pin1 viene messo in atto nelle cellule cancerose, è possibile estrapolare un gruppo di 10 geni che, se utilizzati come indicatori, svelano aspetti importanti dell’evoluzione tumorale. La loro espressione, infatti, è risultata correlare con l’esito clinico della malattia: utilizzando una banca dati costituita da oltre 800 casi di tumore al seno, i ricercatori hanno trovato che nelle pazienti che esprimevano questi geni a livelli superiori rispetto al valore medio, l’intervallo di tempo tra la diagnosi del tumore primario e quella di metastasi in altri distretti corporei era più breve e la sopravvivenza ridotta.

Il tumore alla mammella, per il sesso femminile, rappresenta non solo la forma di cancro più frequentemente diagnosticata ma anche la principale causa di morte per malattia tumorale. Si stima che nel mondo ogni anno le donne alle quali viene diagnosticato superino il milione.

Negli anni i progressi realizzati nel campo della diagnosi, i programmi di prevenzione e lo sviluppo di nuove strategie terapeutiche hanno portato a un’importante riduzione della mortalità. Tuttavia, ogni anno ancora troppe donne muoiono per la malattia. Una forte eterogeneità caratterizza questa come altre forme tumorali e non riguarda solo i diversi tipi di cellule che compongono il tessuto della mammella ma anche, per esempio, la risposta differenziale delle pazienti ai trattamenti terapeutici. Alla complessità di questo tumore non si associa una completa conoscenza della sua biologia e gli strumenti attualmente disponibili nella pratica clinica, seppur validi, non colgono interamente questa eterogeneità e non sempre permettono di effettuare prognosi accurate e di determinare la probabilità di successo delle terapie, elementi essenziali per decidere la soluzione terapeutica da adottare e, dove necessario, per promuovere lo sviluppo di nuove strategie di intervento.

La scoperta effettuata da Del Sal e collaboratori, in tal senso, rappresenta un importante progresso nella comprensione della complessità che caratterizza il carcinoma mammario e fornisce al tempo stesso potenziali nuovi strumenti per condurre analisi prognostiche altamente efficienti e bersagli per lo sviluppo di terapie innovative e specifiche. «Inoltre – conclude Del Sal – la sua valenza non si ferma solo ai tumori al seno. I tumori che presentano lo stesso tipo di mutazioni nel gene per il fattore p53, infatti, potrebbero rivelare aspetti simili a quelli riscontrati nei carcinomi mammari. In questo caso le implicazioni cliniche della scoperta potrebbero essere maggiori e anche in altri tumori l’asse molecolare Pin1/p53 mutato potrebbe risultare associato all’andamento della malattia e fornire interessanti bersagli terapeutici».

Questo studio è stato condotto grazie in particolare ai finanziamenti dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC), della Regione Friuli Venezia Giulia e della Comunità Europea.

p53 e Pin1, insieme nel bene e nel male

Che la proteina p53, una volta mutata, da formidabile guardiano dell’integrità genetica cellulare si trasformasse in un pericolosissimo catalizzatore della trasformazione maligna e del processo che porta alla formazione di metastasi è cosa risaputa da tempo. Quello che invece non si conosceva fino a oggi era che, a parte le alterazione grazie alle quali il fattore p53 mutato assume una nuova e inquietante identità, questo signor Hyde molecolare avesse bisogno di una sorta di complice per esprimere a pieno le proprie potenzialità di promotore tumorale all’interno delle dinamiche cellulari. Ancor meno noto, poi, era il fatto che proprio la proteina Pin1, l’alleata grazie alla quale p53 normale riesce a svolgere il suo importante compito di soppressore tumorale, fosse il partner ideale per il pericoloso p53 mutato. Pin1, come Giano bifronte volta da un lato verso il vitale soppressore della trasformazione maligna e dall’altro verso il potente promotore tumorale, è un enzima che in risposta a segnali specifici causa un cambiamento nella conformazione delle proteine con cui interagisce comportandone la fine modulazione delle funzioni.

Quello che il lavoro di ricerca guidato da Giannino Del Sal e pubblicato dalla rivista Cancer Cell, ora mette in luce è una relazione quasi indissolubile tra Pin1 e p53, sia esso normale o mutato, senza la quale il fattore, nel bene della cellula normale o nel male della cellula tumorale, non riesce a esplicare pienamente le sue funzioni. Attraverso una varietà di approcci, infatti, gli autori dello studio hanno dimostrato la dipendenza di p53 mutato da Pin1 nell’esercizio delle sue funzioni: in sua assenza è come se p53 mutato fosse menomato. Insieme le due proteine danno il via a un programma genetico decisivo per l’aggressività tumorale e determinante da un punto di vista clinico.

Dettagli editoriali

Pubblicazione: Cancer Cell del 12 Luglio 2011

Titolo originale dell’articolo: A Pin1/Mutant p53 axis promotes aggressiveness in breast

cancer.

Autori: J. E. Girardini, M. Napoli, S. Piazza, A. Rustighi, C. Marotta, E. Radaeli, V. Capaci, L.

Jordan, P. Quinlan, A. Thompson, M. Mano, A. Rosato, T. Crook, E. Scanziani, A. R. Means,

G. Lozano, C. Schneider, G. Del Sal.

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Questo studio è stato condotto grazie ai finanziamenti dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC), della Regione Friuli Venezia Giulia e della Comunità Europea. Ulteriori informazioni le trovate nell’allegato.

Premiato il progetto Bilistick: test rapido che facilita lo screening su neonati nei Paesi in via di Sviluppo

Idea premiata da Working Capital-PNI

Un test rapido per determinare la bilirubina libera nel sangue
Particolarmente adatto allo screening su neonati nei  Paesi in via di Sviluppo

 Una striscia per la determinazione rapida, anche fuori dagli ospedali, della bilirubina totale nel sangue, alla base dell’ittero nei neonati e potenzialmente in grado danneggiarne il sistema nervoso centrale, a causa della sua capacità di superare la barriera cellulare.

È con questa idea che il giovane ricercatore argentino Carlos Coda Zabetta, del gruppo di sviluppo “Bilistick” di Innovation Factory, l’incubatore di start-up dell’AREA Science Park di Trieste, si è aggiudicato uno dei premi di 30.000 euro di Working Capital-PNI,  il progetto di Telecom Italia e PNICube (l’Associazione degli Incubatori Universitari Italiani) che sostiene i giovani talenti dell’innovazione italiana e promuove la creazione di start-up.

Il nuovo sistema diagnostico rapido di primo livello – sottoposto a brevetto – si presta particolarmente ad essere utilizzato in progetti di screening nei Paesi in via di Sviluppo o in zone isolate dell’emisfero settentrionale, dove il monitoraggio nei primi giorni postparto si rivela necessario per le popolazioni non caucasiche, il cui colore della pelle non consente di individuare la comparsa dell’ittero dovuto a livelli abnormi di bilirubina libera.
Qui, per carenza di strutture sanitarie e tipologia della diffusione della popolazione del territorio, diventa determinante la possibilità per  il personale sanitario qualificato (infermiere professionale/tecnico di laboratorio), ma non necessariamente medico, di operare anche oltre il perimetro dei Point of Care.

Attualmente non esistono in commercio sistemi su striscia in grado di fare il tipo di analisi effettuato da Bilistick e questo crea un potenziale di mercato anche nei Paesi sviluppati, dove attualmente la determinazione della bilirubina avviene in laboratorio, con tempi di attesa di alcune ore  e con trattamenti talvolta non necessari sui pazienti sospetti al costo di 500-600 dollari USA per paziente.

Carlos Coda Zabetta presenta il “progetto Bilistick”

> More info


Il team

L’idea nasce grazie all’intuizione del prof. Richard Partridge Wenneberg, dell’University of Washington, della Fondazione Italiana Fegato-ONLUS, nelle persone del suo Direttore prof. Claudio Tiribelli e del Vice Direttore dott.ssa Cristina Bellarosa, che con Innovation Factory, incubatore di AREA Science Park, hanno creato il gruppo di sviluppo “Bilistick”. Durante il percorso si sono aggiunti, con le proprie competenze, il Consorzio di Biomedicina Molecolare di Trieste, Microlab srl di Padova e l’Università degli Studi di Trieste.
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Bilistick vince il grant di Working Capital-PNI Firenze grazie al nuovo sistema diagnostico sul sangue dei neonati

Ieri sera Working Capital-PNI ha fatto tappa a Firenze, dove 6 “giovani innovatori” si sfidavano per aggiudicarsi 2 grant da 30.000 euro ciascuno. Dopo un’ardua selezione fra centinaia di progetti, Bilistick – gruppo di sviluppo di Innovation Factory (l’incubatore di AREA Science Park) – è riuscito ad ottenere la possibilità di presentare la propria ricerca durante l’evento.
Al termine, la votazione sulla fanpage ufficiale di Working Capital-PNI su Facebook ha permesso di assegnare uno dei 2 premi a Carlos Coda Zabetta

Carlos presenta il “progetto Bilistick”

Bilistick: la scheda informativa

Bilistick si propone di sviluppare un nuovo sistema diagnostico rapido di primo livello – da utilizzare all’esterno dei Point of Care – per misurare i livelli di bilirubina totale nel sangue dei neonati. L’apprezzamento componente della concentrazione del pigmento nel sangue riveste importanza in quanto indicatore del rischio di danni al sistema nervoso centrale dei neonati derivanti dalla capacità della bilirubina libera di superare la barriera cellulare.

Bilistick ha:
- un fine etico, poiché troverebbe un ampio mercato nei Paesi in Via di Sviluppo o in zone isolate dell’emisfero settentrionale dove il monitoraggio nei primi giorni postparto si rivela necessario per le popolazioni non caucasiche in cui il colore della pelle non consente di individuare la comparsa dell’ittero che consegue alla presenza di livelli abnormi di bilirubina libera;
- una forte potenzialità commerciale nei Paesi sviluppati dove attualmente la diagnosi viene effettuata in laboratori (con tempo di attesa di almeno alcune ore) e dove i pazienti sospetti vengono trattati anche se il loro livello di bilirubina libera non lo richiederebbe con costi elevati (500-600USD a paziente in USA).

Bilistick rappresenterebbe l’unico sistema su striscia per la determinazione della bilirubina totale nel sangue intero e ne permetterebbe l’utilizzo al di fuori degli ospedali con l’intervento di personale sanitario qualificato (infermiere professionale/tecnico di laboratorio) ma non necessariamente medico.

Grazie a tale peculiarità potrebbe essere utilizzato in progetti di screening nei Paesi in via di Sviluppo o in zone isolate dell’emisfero settentrionale.

Il team
L’idea imprenditoriale nasce grazie all’intuizione del prof. Richard Partridge Wenneberg, dell’University of Washington, della Fondazione Italiana Fegato-ONLUS, nelle persone del suo Direttore prof. Claudio Tiribelli e del Vice Direttore dott.ssa Cristina Bellarosa, che con Innovation Factory, incubatore di AREA Science Park, hanno creato il gruppo di sviluppo “Bilistick”. Durante il percorso si sono aggiunti, con le proprie competenze, il Consorzio di Biomedicina Molecolare di Trieste, Microlab srl di Padova e l’Università degli Studi di Trieste.

Brevettazione

I risultati finora ottenuti hanno permesso di depositare un brevetto a copertura del sistema.

La premiazione di ieri

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Progetto Bilistick c/o Innovation Factory – Area Science Park
Padriciano 99 – 34149 Trieste
Phone: 040 375 6716
e-mail: bilistick@innovationfactory.it
www.innovationfactory.it

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La scienza è donna: ma tu “come la vedi”? “Scatta” da oggi il concorso fotografico di AREA

Aggiornamento!
La scadenza era oggi, 1 agosto.

Molti però sono tuttora in ferie e ci hanno chiesto di dare loro più tempo: per questo motivo, abbiamo deciso di dedicare al concorso tutto il periodo estivo. La nuova scadenza è il giorno 2 settembre.

Qualsiasi ospite, uomo o donna che sia, durante la prima visita in AREA Science Park, non può far a meno di notare la notevole presenza femminile fra i ricercatori del Parco Scientifico. L’ultimo, qualche giorno fa, proprio Nicola Mattina, durante l’evento di presentazione di Working Capital.

Non ci servono “quote rosa” per dare “pari opportunità” (cioè non privilegiamo ne uomini ne donne: ma la competenza, al di là del genere sessuale, detto per inciso).

Tanto che quest’anno, per festeggiare i 100 anni di una festa – particolarmente delicata e discussa - come quella della donna, abbiamo deciso di indire un concorso fotografico.

L’obiettivo? Promuovere il ruolo della donna nel mondo della scienza e della ricerca.
Il senso del concorso? Lasciare che i partecipanti al concorso possano interpretare questo ruolo, secondo la propria creatività e sensibilità.

Chi può partecipare?

Beh, per quest’anno abbiamo aperto solo al personale degli Enti del Protocollo di Ricerca di Trieste.
Poi vedremo ;) Dipendenti, collaboratori, studenti di dottorato e ricercatori di un centinaio di aziende (sì, anche gli insediati del Parco possono partecipare, tranqui!), università e enti di ricerca del territorio.

Quanto costa?
Ovviamente, niente.

Come  partecipare?
E’ sufficiente compilare il form di iscrizione on line entro le ore 12.00 del 1 agosto 2011
Ovviamente, se la tua foto ritrae il volto riconoscibile di una persona, la domanda di partecipazione dovrà essere corredata, pena l’esclusione dal concorso, della liberatoria all’utilizzo e all’esposizione dell’immagine,

Trovi tutte le info su questa pagina web.

Buona fortuna! :)

“2,5 milioni di euro per Ricerca e Startup” [14 giugno, Trieste] Parla Paolo, ricercatore “E’ possibile produrre acqua potabile da energia solare”

Martedì 14 giugno 2011 – Ore 14.30
Finanziamento di progetti di ricerca e startup: workshop formativo
c/o Centro congressi AREA Science Park – Padriciano 99 – Trieste

2,5 milioni di euro di finanziamenti per progetti di ricerca e startup
3 ore di formazione pratica per aumentare le tue probabilità di finanziamento
max 10 pitch con investitori per migliorare la tua presenta
> Iscriviti all’evento

 

Partecipare all’evento di Trieste, oltre agli altri vantaggi descritti qui, significa anche poter ascoltare la storia di Paolo.
Scopriamola, grazie al post originale oppure guardandoci il video.

 Paolo Franceschetti ha avuto un’idea geniale: produrre acqua potabile da energia solare. L’obiettivo è “Salvare il mondo?  Non proprio – ammette – ma almeno fornire

acqua a chi ne ha bisogno. L’acqua è alla base della vita, l’ambiente e le energie rinnovabili sono da sempre il mio campo.”

29 anni, Dottorando in Scienze Ambientali presso l’Università Ca’ Foscari, è uno di quei sognatori che hanno capito perfettamente il mondo reale. La sua “creatura” si chiama SOLWA (SOLarWAter), e il prototipo l’ha costruito per la tesi di laurea, all’Università di Padova: un piccolo impianto di depurazione e desalinizzazione dell’a cqua che funziona ad energia solare.

L’Onu ha inserito la sua invenzione tra le dieci migliori idee sostenibili per lo sviluppo dell’umanità e per il progresso del mondo e lui ha appuntamenti dappertutto per presentare la sua invenzione, dalla Bolivia a Dubai, dove si è già scontrato con qualche multinazionale. “Ci sono in gioco interessi non da poco” dice Paolo “se si pensa che attualmente un impianto di desalinizzazione costa tra i 5 e i 6 miliardi di euro, contro i 200 euro della mia serra.” Sono proprio gli aspetti economici e politici, accanto a quelli tecnici, che fanno di SOLWA un progetto ad altissimo potenziale.

Solwa in breve?
E’ una semplicissima serra che  permette di trattare acqua salata e acqua inquinata. Attraverso un sistema di evaporazione dell’acqua il vapore viene raccolto e si ricava acqua potabile. In breve, è il ciclo naturale dell’acqua in un sistema chiuso. E’ un progetto fortemente multidisciplinare, che lega competenze chimiche con principi fisici e ingegneristici, mentre l’utilizzo dell’energia solare e la necessità dello studio approfondito sulle condizioni climatiche e ambientali della zona di posizionamento coinvolgono soprattutto l’area di Scienze Ambientali.

Come ti è venuto questo colpo di genio?
Osservando bollire l’acqua della pasta…strano ma vero. La condensa che si forma sul coperchio è acqua potabile, mentre il sale rimane sul fondo.
Il principio non è certo nuovo, era già in parte utilizzato dagli Egizi e il primo impianto di questo tipo è stato creato nel 1879 in Perù. Era un sistema molto semplice, che aveva un’efficienza del 20-30%. La mia idea è l’evoluzione del “cugino” peruviano. Le ricerche attuali hanno fatto grandi passi avanti e, grazie ad alcuni “trucchi” tecnici che derivano da studi fisici e chimici, la sperimentazione che ho fatto si è dimostrata efficiente al 57%, contro il 50% delle altre serre solari attualmente esistenti.
Proprio per questo alto rendimento il progetto è stato considerato interessante sia dalle Nazioni Unite che da IDA, International Desalination Association, e mi hanno chiesto di andare a presentare la mia ricerca nelle loro conferenze in giro per il mondo. Per ora sono stato a Dubai, alle Cayman, e il prossimo anno andrò in Australia.

E in Italia?
In Italia la desalinizzazione dell’acqua è per ora poco considerata. A livello universitario, oltre a Ca’ Foscari, c’è solo Genova che se ne occupa, soprattutto dal punto di vista chimico. A livello internazionale è una grossa pecca, perché è un mercato che sta crescendo esponenzialmente. Nel mondo si producono giornalmente, con la desalinizzazione, 17 milioni di metri cubi di acqua. Il problema è il grossissimo costo energetico dei sistemi esistenti, a osmosi inversa o termici, che utilizzano come fonte energetica gli idrocarburi, come il petrolio.

Punti a favore di Solwa?
Per iniziare: è completamente autonoma. Utilizza solo energie rinnovabili, quindi, se c’è luce, può stare in ogni parte del mondo, in mezzo a un deserto piuttosto che in villaggi isolati, ed è stata pensata per funzionare senza necessità di manutenzione. E’ un modulo praticamente autosufficiente e pronto all’uso, qualità che la differenziano completamente dagli altri sistemi di desalinizzazione, molto complicati dal punto di vista tecnico.
Può essere costruita con materiali di recupero, quindi è molto economica. Si è calcolato che con un tempo di vita attorno ai 20 anni dimezzerebbe già il prezzo dell’acqua potabile.

Qualche svantaggio?
Per il momento, ed è una delle cose su cui sto lavorando, è la vasta superficie di cui ha bisogno. Abbiamo calcolato che in paesi tropicali  può produrre 10 litri al giorno per metro quadro. Un impianto di osmosi inversa produce 100 volte tanto, perchè utilizzando idrocarburi si possono concentrare grossi quantitativi di energia su una determinata superficie, aumentandone l’efficienza.
Naturalmente l’ampiezza della serra dipende dalle esigenze. Per esempio in Africa, dove il consumo attuale di acqua è di 2 litri al giorno, per di più di cattiva qualità, con 1 metro quadro di Solwa vivrebbe una famiglia.

Chi ti ha spalancato le porte?

Il concetto è un po’ esagerato, però grazie alle Nazioni Unite, che hanno inserito la mia idea nel “pacchetto” delle migliori idee sostenibili da presentare ai vari governi, mi ha contattato il Ministero dell’ambiente della Bolivia, che ha problemi di inquinamento nelle falde acquifere, si è dimostrato interessato il Marocco e c’è già in programma un intervento in Mozambico. Al momento andremo in Perù dove, grazie ad un accordo con l’Università di Trujillo e con una ONG che si occupa di adozioni a distanza, costruiremo una mini-serra per purificare l’acqua che bevono i bambini ospitati nella struttura.

Sul versante dei finanziamenti?

Per ora ho avuto un finanziamento della Regione Veneto che mi permette di pagarmi i viaggi, ma reperirne altri è un’impresa alquanto complicata, anche se in realtà il mio sistema è molto economico. Ca’ Foscari, dove ho la borsa di studio vinta con il Dottorato, mi offre tutto il supporto culturale e tecnico della facoltà di Scienze, dove sono seguito dal Prof. Gonella, docente di fisica e scienze dei materiali. A breve mi verrà dato uno spazio in Via Torino, nuova sede universitaria, dove potrò costruire il mio prototipo.
Veneto Innovazione probabilmente mi aiuterà per il brevetto, e dopo il brevetto intendiamo creare uno spin-off universitario.

Andrai all’estero?
Sono tentato. Mi hanno già contattato dal Canada e dall’Egitto, e so che anche solo per il mio dottorato di ricerca verrei pagato 4 volte tanto.
La ricerca sulla desalinizzazione è molto più lanciata in altri paesi, anche se l’Italia avrebbe un clima perfetto! Insomma, l’idea è proiettata all’estero e il mercato di riferimento, se riuscirò a commercializzarla, saranno i paesi tropicali. Per il momento resto, e vorrei comunque mantenere una base italiana.

Progetti per il futuro?
Migliorare la mia invenzione e continuare a fare ricerca…ho qualche idea in mente, interessante anche per aziende italiane. Sto già  cominciando a sondare il terreno.
 

Solwa

Il prototipo di Solwa

Una nuova generazione di microprocessori e micro sensori? Tra le ricadute possibili di una nuova scoperta

Record mondiale sulla magnetoresistenza ad effetto tunnel
ottenuto dal laboratorio IOM-CNR dell’AREA Science Park

Il lavoro pubblicato sulla prestigiosa rivista Applied Physics Letters
Tra le ricadute possibili, una nuova generazione di microprocessori e micro sensori
 

1904: è il numero di un record mondiale, quello ottenuto a Trieste nella misurazione della magnetoresistenza ad effetto tunnel.

La scoperta potrebbe rivoluzionare le performance delle memorie per computer o permettere di realizzare micro sensori con sensibilità assai superiori di quelli utilizzati, ad esempio, nei dispositivi ABS delle nostre automobili. Siamo nel settore della spintronica, connubio tra elettronica e magnetismo, il cui sviluppo è strettamente legato alla ricerca su nuovi materiali, sul loro accostamento e ingegnerizzazione all’interno del vasto campo delle nanotecnologie. 

Un campo multidisciplinare, che necessita di competenze tecnico scientifiche assai spinte e di strumentazioni d’avanguardia assoluta, entrambi presenti nell’Istituto Officina dei Materiali – CNR, all’interno dell’AREA Science Park di Trieste.

Il successo è stato frutto di un progetto denominato SPINOX,  grazie al  quale i ricercatori sono riusciti a  manipolare con assoluta precisione, a livello atomico,  una combinazione di  titanio, manganese, stronzio e lantanio, realizzando una configurazione nanostrutturata così vicina ai modelli teorici da raggiungere livelli di magnetoresistenza finora mai misurati in laboratorio. La magnetoresistenza è la proprietà di alcuni materiali di cambiare il valore della loro resistenza elettrica  in presenza di un campo magnetico esterno. Più è alta, più diventa possibile realizzare microprocessori veloci, più affidabili, dai consumi energetici contenuti, oppure nuove generazioni di sensori per campi magnetici, utilizzabili nei sistemi di sicurezza.

Il coordinatore di SPINOX è Bruce Davidson, caso raro di ricercatore trasferitosi dagli Stati Uniti in Italia, attratto dalla qualità della ricerca scientifica svolta a Trieste. “Nella spintronica – spiega Davidson – si utilizza, oltre alla carica elettrica dell’elettrone, il suo campo magnetico  – lo spin -  creando le condizioni per realizzare apparecchiature miniaturizzate, dalle prestazioni più spinte e con minori consumi.

La spintronica è un approccio recentissimo, che ha già dimostrato un enorme impatto tecnologico ed economico,  grazie allo sfruttamento del fenomeno della magnetoresistenza gigante (GMR), scoperta che nel 2007 è valsa al francese Albert Fert e al tedesco Peter Gruenberg il premio Nobel per la fisica.

Tale fenomeno è stato alla base, fino ad un anno fa, del funzionamento delle testine di lettura di quasi tutti i dischi rigidi dell’ultima generazione di computer. Ora sta per affacciarsi sul mercato un’ulteriore  generazione di testine di lettura con migliori prestazioni, basata proprio sull’effetto quantistico TMR, che risulta di un ordine di grandezza più sensibile  ai campi magnetici minuscoli”. 

Al record registrato dallo IOM-CNR ha concorso in modo determinante la realizzazione, da parte del gruppo sviluppo strumentazione del laboratorio, dell’apparato sperimentale che ha permesso la sintesi della nanostruttura, grazie ai fondi della legge regionale 26/2005 del Friuli Venezia Giulia.

 “Una spinta notevole nello sviluppo di nuovi materiali ad altissime prestazioni submicroscopiche o funzionalizzati, i cosiddetti materiali intelligenti – spiega Roberto Gotter responsabile dello sviluppo strumentazione dello IOM-CNR  – la si ottiene con la sinergia tra apparati sperimentali innovativi, non seriali e sviluppati ad hoc, e grandi infrastrutture di ricerca. Come il sincrotrone Elettra, che permette di vedere, comprendere  e controllare su scala atomica il processo di sintesi in modo strettamente correlato alle prestazioni di tunneling magnetico.

Sta esattamente in questo il ruolo strategico dello IOM-CNR, che attraverso il progetto SPINOX ha potuto realizzare, grazie al finanziamento regionale, una stazione sperimentale speciale per la sintesi di materiali per la spintronica. La stazione viene di volta in volta collegata alle linee di luce di sincrotrone, offrendo alla comunità scientifica internazionale il top, sia sul versante della sintesi che su quello dell’analisi, per mezzo dei raggi X ad alte prestazioni generati dall’anello di accumulazione di Elettra”.

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