Sono molte, anche in AREA Science Park, le donne ricercatore.
Da qualche numero dell’AREA Magazine, a loro è dedicata una “rubrica conversata”, interviste tra professionale e privato sotto il titolo di “Troppo belle per il Nobel”, preso in prestito dal recente libro di Nicolas Witkowski, fisico, autore di numerose opere e articoli sulla storia della scienza, pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri.
Elsa Fabbretti si è laureata nel 1993 in Scienze Biologiche e dal 2001 svolge la sua attività di ricerca sperimentale alla Scuola Superiore di Studi Avanzati (SISSA) nel settore Neurobiologia.
Dal 2004 coordina un progetto di ricerca sulla biologia cellulare dei neuroni sensoriali.
Questi progetti, finanziati dalla Fondazione Telethon, si svolgono nei laboratori del prof. Andrea Nistri e coinvolgono un nutrito gruppo di studentesse di dottorato e universitarie: Marianna D’Arco, Manuela Simonetti, Asha Nair, Alessia Franceschini, Mayya Sundukova e Nicol Birsa.
Raccontaci i progetti più significativi ai quali stai lavorando.
Studio la neurobiologia dei neuroni sensoriali che innervano la testa, in condizioni che mimano quello che succede in casi di dolore cronico e infiammatorio, quale quello emicranico. In particolare, in questi ultimi anni, abbiamo studiato un recettore del dolore chiamato P2X3, capace di per sè, quando attivato, di dare un segnale doloroso. Abbiamo studiato infatti, usando un modello sperimentale in vitro, i meccanismi molecolari che determinano la variazione dell’attività di questo recettore, il cambio della sua sensibilità e della soglia di attivazione, la sua modulazione da parte di molecole del signaling neuronale e da parte di mediatori del dolore rilasciati, caratteristici di particolari condizioni fisiopatologiche dolorose, per esempio nell’emicrania. Pensiamo che questi studi possano essere un punto di partenza per procedere nello studio dei meccanismi molecolari che intervengono nel dolore (cronico e infiammatorio), per sviluppare in futuro nuove strategie di trattamento, definire trattamenti preventivi e mettere a punto nuovi farmaci che agiscono direttamente a livello molecolare.
Che rapporto hai con il tuo lavoro?
Il lavoro nella ricerca mi soddisfa e mi appassiona e credo sia fondamentale nella mia vita. Nonostante la fatica per conciliare vita professionale e personale, lavorare in questo campo mi permette di fare mille cose interessanti e comunicare a studenti e ricercatori più giovani la passione per questo lavoro. Il lavoro nella ricerca mi da la sensazione di permettermi di spingermi oltre, di lasciare andare l’intuito e oltrepassare i limiti del possibile, per capire il reale. Per questo motivo, sono assolutamente convinta del fatto che non esistano progetti, ricerche o approcci sperimentali o teorici più importanti di altri: la scienza è interessante per definizione. Questo pensiero credo che sia il cardine per una ricerca multidisciplinare e moderna, rivolta a soddisfare richieste sempre crescenti da molti campi. La carenza di fondi destinati alla ricerca non aiuta, tuttavia, a vivere la scienza in questi termini.
Cosa vuol dire per Elsa Fabbretti essere ricercatore ed essere donna?
La ricerca è un lavoro alla fine molto impegnativo, che non permette indulgenze e richiede una concentrazione continua, a tempo pieno. In campo scientifico tutto il lavoro si basa sulla passione ideale per la ricerca, spesso senza un compenso economico adeguato allo sforzo. Per questi motivi non è facile. Inoltre, in quanto donna, convivo obbligatoriamente con una serie di emozioni che riguardano la sfera sociale, familiare e lavorativa che sono proprie del nostro genere e che, a volte, si esprimono con difficoltà in un mondo ‘maschile’.
Il tuo essere donna e mamma ti ha creato difficoltà nel lavoro?
Fortunatamente, a parte ciò che ho appena detto, non ho troppe difficoltà lavorative solo perché sono donna. Tuttavia, la complessità del lavoro di ricerca richiede di impostare la gestione della propria vita personale e familiare in termini non sempre accettati convenzionalmente. È innegabile una grande stanchezza per conciliare famiglia e lavoro: tutto è in salita. La mia vita familiare, la gestione dei figli è compatibile con la vita professionale soltanto grazie al sostegno attivo del padre delle mie figlie, che, per fortuna, accetta di dividere gli sforzi tra la sua vita professionale e la famiglia in termini di parità, accettando quindi il mio impegno professionale a tempo pieno. Credo che la presenza di strumenti di sostegno alla famiglia, come avviene in molte aziende, è di sicuro un grande aiuto. A questo proposito va ricordato che la SISSA ha avviato significative iniziative di sostegno alla genitorialità e che in AREA Science Park è attivo, ormai da qualche anno, l’asilo nido.
Tra i rettori delle 80 università italiane, soltanto quattro sono donne. Dei 469 premi Nobel Scientifici assegnati dal 1901 ad oggi, solo 11 sono “al femminile”. Perché secondo te poche donne arrivano ad occupare posizioni di responsabilità? Quali sono gli ostacoli da rimuovere?
Spesso, in uno scenario maschile, a volte maschilista, pensare di assumere una donna ai vertici e pensare poi di averla come capo, può essere seccante. Confrontarsi con una donna ai vertici è un passo di crescita impegnativo, che richiede un mettersi in discussione e, almeno allo stato attuale, non tutti gli uomini sono disposti a questo confronto. Un modo per rimuovere qualche ostacolo potrebbe essere quello di inserire più donne nelle commissioni giudicatrici, generalmente costituite da uomini. Questo potrebbe garantire maggiore imparzialità nella valutazione.
Oltre alla scienza, che passioni hai?
Nel quotidiano cerco di vivere e sopravvivere come tutte le donne che lavorano. In più però cerco di sforzarmi e ritagliarmi tempo per viaggiare, leggere alle mie figlie, fare vestiti di carnevale e organizzare feste. Il momento in cui riesco a stare con gli amici è il momento in cui maggiormente mi sento “al sicuro”, semplice, rilassata e tranquilla. È un momento rigenerante che mi dà molto.
Il film o libro che ti ha segnato di più e l’ultimo che hai visto/letto?
Mi è piaciuto molto Babel, l’incomunicabilità come elemento saliente. L’ultimo che ho visto Persepolis. L’ultimo libro Pennac “Diario di scuola”.
di Laura Ramacci (tratto da AREA Magazine n° 38)
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