Troppo belle per il Nobel: Maria Carolina Dieudonne

Sono molte, anche in AREA Science Park, le donne ricercatore.
A loro è dedicata questa “rubrica conversata”, interviste tra professionale e privato sotto l’ironico titolo di Troppo belle per il Nobel (la metà femminile della scienza), preso in prestito dal libro di Nicolas Witkowski, fisico, autore di numerose opere e articoli sulla storia della scienza, pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri.

Maria Carolina Dieudonne si è laureata in Biologia all’Universidad de Los Andes in Venezuela.
È a Trieste dal 2005, dove sta svolgendo il dottorato di ricerca
all’International Center for Genetic Engineering and Biotechnology
(ICGEB) di Trieste.

> Scarica l’intervista

I “Bonnie & Clyde” del cancro

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Di questi tempi, parlare di nuove scoperte sul cancro non fa notizia.
Troppo si è detto su farmaci miracolosi
o proteine interessanti, spegnendo l’interesse e la
credibilità di molte ricerche.

Ma il caso di Notch1 e Pin1, due Bonnie & Clyde dei tumori, è diverso.
Perché queste proteine insieme rappresentano un sistema capace di mandare alla deriva cellule sane senza che intervengano fattori diversi.
Perché, dati alla mano, bloccando una si inibisce anche l’altra,
interrompendo un circuito che si autoalimenterebbe.

Infine perché, grazie a queste caratteristiche specifiche, già sono in fase di sperimentazione clinica o preclinica farmaci che hanno come bersaglio i due amanti maledetti, il cui comportamento aberrante è stato osservato in molti tumori, fra cui leucemie e
tumori della mammella.

A chiarire il legame che unisce Notch1 e Pin1 – anche grazie a un finanziamento  dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro – è stato il laboratorio di Giannino Del Sal, responsabile dell’Unità di Oncologia Molecolare del LNCIB (Laboratorio Nazionale Consorzio Interuniversitario Biotecnologie), assieme al Dipartimento di Scienze della Vita dell’Università di Trieste, a ricercatori IFOM (Fondazione Istituto FIRC di Oncologia Molecolare), a colleghi dell’Università di Padova e del Wistar Institute di Filadelfia, con uno studio che è stato pubblicato dalla rivista Nature Cell Biology.

Professor Del Sal, com’è cominciata la vostra avventura con Notch1 e Pin1?
Da molti anni, assieme al mio gruppo, studio proteine coinvolte nello sviluppo dei tumori o nella mancata protezione dai tumori. Quanto a Pin1 e Notch1, la ricerca è nata perché altri colleghi avevano osservato che la proteina Pin1 è espressa in modo abnorme in molti tumori. Osservazione confermata anche dal mio gruppo con studi sperimentali. Questa espressione così alterata è provocata da oncogeni che oltre a Pin de-regolano anche Notch1.
Partendo da tali osservazioni, abbiamo verificato se esisteva un nesso di causa-effetto tra le due proteine in
condizioni patologiche.

Chi sono veramente Notch1 e Pin1?
Sono due complici, due potenti alleati che si spalleggiano a vicenda. Ma prima ancora sono due proteine con funzioni
specifiche. Pin1 è un enzima che, in condizioni normali, controlla alcune modifiche biochimiche cui vanno incontro
le proteine per diventare attive e funzionanti. Se si mette a funzionare troppo stimola eccessivamente la proliferazione
cellulare e quindi promuove lo sviluppo maligno.
Viceversa, modelli animali privi di Pin1 indicano che questo enzima potrebbe essere coinvolto in malattie neurodegenerative come l’Alzheimer. Notch1, come del resto Pin1, è una proteina ben di membrana e regola segnali che hanno a che fare con il differenziamento di certe cellule e il destino di altre.

Dunque, quale tipo di rapporto si instaura fra loro nei tumori?
Può accadere che Notch1 diventi più attiva del solito. Troppo attiva. Così facendo invia alle cellule un messaggio che le incita a replicarsi senza controllo. L’aspetto interessante è che a rendere attiva Notch1 è la stessa Pin1, in quello che viene chiamato un circolo vizioso positivo. Come hanno scoperto i miei collaboratori Alessandra Rustighi, Luca Tiberi, Marco Napoli e Alessia Soldano, Pin1 provoca un cambio di conformazione in Notch1 che favorisce il taglio di Notch da parte di un altro enzima.
In seguito a questo evento, Notch1 si stacca dalla membrana su cui è ancorata e diventa attiva, entra nel nucleo
cellulare e stimola la trascrizione di diversi geni tra cui Pin1.
Così le cellule vengono bombardate da un segnale che le incita a trasformarsi in maligne o a crescere in modo esagerato. Dal bancone del laboratorio al letto del malato….
L’aspetto importante di questa ricerca, che potrebbe essere di immediato utilizzo terapeutico, deriva dall’aver scoperto che per stimolare la crescita del tumore entrambe le proteine sono necessarie. Dunque entrambe possono essere bersagli farmacologici da colpire in contemporanea. L’utilità di questa informazione sta nel fatto che attualmente le terapie farmacologiche contro questa via di segnalazione prendevano di mira solo Notch1, usando dosi elevate di farmaci spesso assai tossici.

Ora si potrebbe pensare a dosi inferiori aggredendo in parallelo Pin1 come parte dello stesso circuito maligno. Farmaci diversi con dosaggi individuali inferiori, tossicità contenuta, ma
maggiore efficacia.
Questa è la nostra speranza

Giannino Del Sal
LNCIB
delsal@lncib.ir

Intervista di Cristina Serra

Dedicato alle donne: Scienza è donna con la rubrica “Troppo belle per il Nobel”


Elsa Fabbretti
> Inserito da Atomino FVG

Sono molte, anche in AREA Science Park, le donne ricercatore.
Da qualche numero dell’AREA Magazine, a loro è dedicata una “rubrica conversata”, interviste tra professionale e privato sotto il titolo di “Troppo belle per il Nobel”,  preso in prestito dal recente libro di Nicolas Witkowski, fisico, autore di numerose opere e articoli sulla storia della scienza, pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri.

Elsa Fabbretti si è laureata nel 1993 in Scienze Biologiche e dal 2001 svolge la sua attività di ricerca sperimentale alla Scuola Superiore di Studi Avanzati (SISSA) nel settore Neurobiologia.
Dal 2004 coordina un progetto di ricerca sulla biologia cellulare dei neuroni sensoriali.
Questi progetti, finanziati dalla Fondazione Telethon, si svolgono nei laboratori del prof. Andrea Nistri e coinvolgono un nutrito gruppo di studentesse di dottorato e universitarie: Marianna D’Arco, Manuela Simonetti, Asha Nair, Alessia Franceschini, Mayya Sundukova e Nicol Birsa.

Raccontaci i progetti più significativi ai quali stai lavorando.
Studio la neurobiologia dei neuroni sensoriali che innervano la testa, in condizioni che mimano quello che succede in casi di dolore cronico e infiammatorio, quale quello emicranico. In particolare, in questi ultimi anni, abbiamo studiato un recettore del dolore chiamato P2X3, capace di per sè, quando attivato, di dare un segnale doloroso. Abbiamo studiato infatti, usando un modello sperimentale in vitro, i meccanismi molecolari che determinano la variazione dell’attività di questo recettore, il cambio della sua sensibilità e della soglia di attivazione, la sua modulazione da parte di molecole del signaling neuronale e da parte di mediatori del dolore rilasciati, caratteristici di particolari condizioni fisiopatologiche dolorose, per esempio nell’emicrania. Pensiamo che questi studi possano essere un punto di partenza per procedere nello studio dei meccanismi molecolari che intervengono nel dolore (cronico e infiammatorio), per sviluppare in futuro nuove strategie di trattamento, definire trattamenti preventivi e mettere a punto nuovi farmaci che agiscono direttamente a livello molecolare.

Che rapporto hai con il tuo lavoro?
Il lavoro nella ricerca mi soddisfa e mi appassiona e credo sia fondamentale nella mia vita. Nonostante la fatica per conciliare vita professionale e personale, lavorare in questo campo mi permette di fare mille cose interessanti e comunicare a studenti e ricercatori più giovani la passione per questo lavoro. Il lavoro nella ricerca mi da la sensazione di permettermi di spingermi oltre, di lasciare andare l’intuito e oltrepassare i limiti del possibile, per capire il reale. Per questo motivo, sono assolutamente convinta del fatto che non esistano progetti, ricerche o approcci sperimentali o teorici più importanti di altri: la scienza è interessante per definizione. Questo pensiero credo che sia il cardine per una ricerca multidisciplinare e moderna, rivolta a soddisfare richieste sempre crescenti da molti campi. La carenza di fondi destinati alla ricerca non aiuta, tuttavia, a vivere la scienza in questi termini.

Cosa vuol dire per Elsa Fabbretti essere ricercatore ed essere donna?
La ricerca è un lavoro alla fine molto impegnativo, che non permette indulgenze e richiede una concentrazione continua, a tempo pieno. In campo scientifico tutto il lavoro si basa sulla passione ideale per la ricerca, spesso senza un compenso economico adeguato allo sforzo. Per questi motivi non è facile. Inoltre, in quanto donna, convivo obbligatoriamente con una serie di emozioni che riguardano la sfera sociale, familiare e lavorativa che sono proprie del nostro genere e che, a volte, si esprimono con difficoltà in un mondo ‘maschile’.

Il tuo essere donna e mamma ti ha creato difficoltà nel lavoro?
Fortunatamente, a parte ciò che ho appena detto, non ho troppe difficoltà lavorative solo perché sono donna. Tuttavia, la complessità del lavoro di ricerca richiede di impostare la gestione della propria vita personale e familiare in termini non sempre accettati convenzionalmente. È innegabile una grande stanchezza per conciliare famiglia e lavoro: tutto è in salita. La mia vita familiare, la gestione dei figli è compatibile con la vita professionale soltanto grazie al sostegno attivo del padre delle mie figlie, che, per fortuna, accetta di dividere gli sforzi tra la sua vita professionale e la famiglia in termini di parità, accettando quindi il mio impegno professionale a tempo pieno. Credo che la presenza di strumenti di sostegno alla famiglia, come avviene in molte aziende, è di sicuro un grande aiuto. A questo proposito va ricordato che la SISSA ha avviato significative iniziative di sostegno alla genitorialità e che in AREA Science Park è attivo, ormai da qualche anno, l’asilo nido.

Tra i rettori delle 80 università italiane, soltanto quattro sono donne. Dei 469 premi Nobel Scientifici assegnati dal 1901 ad oggi, solo 11 sono “al femminile”. Perché secondo te poche donne arrivano ad occupare posizioni di responsabilità? Quali sono gli ostacoli da rimuovere?
Spesso, in uno scenario maschile, a volte maschilista, pensare di assumere una donna ai vertici e pensare poi di averla come capo, può essere seccante. Confrontarsi con una donna ai vertici è un passo di crescita impegnativo, che richiede un mettersi in discussione e, almeno allo stato attuale, non tutti gli uomini sono disposti a questo confronto. Un modo per rimuovere qualche ostacolo potrebbe essere quello di inserire più donne nelle commissioni giudicatrici, generalmente costituite da uomini. Questo potrebbe garantire maggiore imparzialità nella valutazione.

Oltre alla scienza, che passioni hai?
Nel quotidiano cerco di vivere e sopravvivere come tutte le donne che lavorano. In più però cerco di sforzarmi e ritagliarmi tempo per viaggiare, leggere alle mie figlie, fare vestiti di carnevale e organizzare feste. Il momento in cui riesco a stare con gli amici è il momento in cui maggiormente mi sento “al sicuro”, semplice, rilassata e tranquilla. È un momento rigenerante che mi dà molto.
Il film o libro che ti ha segnato di più e l’ultimo che hai visto/letto?
Mi è piaciuto molto Babel, l’incomunicabilità come elemento saliente. L’ultimo che ho visto Persepolis. L’ultimo libro Pennac “Diario di scuola”.

di Laura Ramacci (tratto da AREA Magazine n° 38)

Troppo belle per il Nobel

Sono molte, anche in AREA Science Park, le donne ricercatore.
A loro è dedicata una nuova “rubrica conversata”, interviste tra professionale e privato sotto l’ironico titolo di “Troppo belle per il Nobel” (la metà femminile della scienza).

Anna Gregorio si è laureata in Fisica a Trieste e ha conseguito il dottorato alla Scuola Normale di Pisa. Dal 1998 è ricercatore presso l’Università di Trieste e collabora attivamente con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), in particolare con il gruppo del prof. Andrea Vacchi, nel campo dei rivelatori di particelle per esperimenti nello spazio. è rappresentante dell’Università di Trieste in Consiglio di Amministrazione del Consorzio Interuniversitario per la Fisica Spaziale.

Allora Anna, parlaci degli esperimenti più recenti ai quali stai lavorando.
Al momento sono AIV Manager (Assembly, Integration, Verification), coordino delle operazioni di Planck LFI (Low Frequency Instrument) e sono Principal Investigator di AtmoCube. AtmoCube è un nano-satellite per lo studio dell’ambiente spaziale sviluppato dall’Università di Trieste in collaborazione con l’INFN e con varie imprese operanti in AREA Science Park. è un sistema studiato e costruito da studenti universitari con il supporto dei docenti e la supervisione delle industrie. Lo scopo scientifico è di effettuare misure di “Space Weather”, in particolare della radiazione atmosferica, campo magnetico e densità atmosferica. Il programma è approvato dall’ESA (European Space Agency) e il lancio è previsto per la fine del 2009.
Planck, terza “Medium-Sized Mission” dell’ESA, il cui lancio è previsto all’inizio del 2009, è disegnato per analizzare le anisotropie del fondo di radiazione cosmico in tutto il cielo, con una sensibilità e una risoluzione angolare senza precedenti. Planck sarà una sorgente unica di informazione, rilevante per innumerevoli argomenti e problematiche cosmologiche e astrofisiche, quali le teorie dell’universo primordiale e l’origine della struttura cosmica.

Ti è mai accaduto di essere considerata in modo diverso per il fatto di essere una donna?
Sì e ne ho sofferto, ma è successo soprattutto all’inizio, quando ero poco più di una studentessa. Ora è molto più raro: in genere si tratta più di sorpresa nei miei confronti e la cosa mi fa sorridere più che arrabbiare. Credo, invece, che essere una donna sia un valore aggiunto perché cerchiamo di mediare senza litigare. Quando ero più giovane avevo l’impressione che per far capire quanto valevo, dovevo dimostrare qualcosa in più degli altri. Ora ho imparato che la sicurezza in se stessi, che comunque si acquisisce con l’esperienza, è la cosa più importante. Questo non significa necessariamente non cambiare mai idea, anzi, il confronto con gli altri rimane la cosa più importante, soprattutto nella ricerca. Ma con la tua consapevolezza puoi contribuire costruttivamente alla comprensione e risoluzione dei problemi.

Albert Einstein diceva che ‘non possiamo risolvere i problemi con gli stessi schemi con cui li abbiamo creati’. Sei d’accordo? Per uscire dagli schemi che approccio suggeriresti ad una tua giovane studentessa?
Difficile non essere d’accordo con Einstein, anche se non si parla necessariamente di fisica. I fisici vengono indicati come ‘problem solver’ proprio perché cercano di pensare oltre gli schemi. Sì, nel mondo esistono sempre gli stessi schemi, credo che questo sia uno dei problemi maggiori della nostra società. Semplicemente è più facile rimanere negli schemi e spesso non abbiamo neanche il tempo per fermarci e pensare oltre. Siamo così abituati agli schemi che di fronte ad una discussione, reagiamo combattendo senza pensare che ci può essere la mediazione. Una soluzione che soddisfi tutti spesso esiste, ma non la cerchiamo. Talvolta mi capita di realizzare che sto lavorando automaticamente, allora cerco di fermarmi, fare una pausa, parlare con i miei colleghi apertamente per ascoltare un’altra opinione e poi raccogliere le idee. Così risolvo molti dei miei problemi.

Quali sono per te gli ‘ingredienti’ per favorire la relazione tra mondo scientifico e mondo imprenditoriale?
Una domanda non facile, anche perché i due mondi possono trovarsi in competizione. L’ambiente universitario mira a quello industriale perché tipicamente ricco e tecnologicamente più avanzato, quello imprenditoriale vuole la collaborazione universitaria per aver accesso ad un mondo più globalizzato e a possibili progetti ad ampio respiro e internazionali. L’interesse reciproco, in linea di principio, è alto e la collaborazione potrebbe essere molto costruttiva. Forse bisognerebbe essere più chiari nei rispettivi intenti all’inizio della collaborazione. Come soluzione vedo l’impiego degli studenti, nel senso più ampio del termine, dai neo-laureati a quelli con più esperienza. I giovani sono il naturale collegamento tra università e industria, dovremmo imparare ad utilizzare questa risorsa in modo più efficiente e solido.

Cosa pensi su quanto accade nel nostro Paese in tema di ricerca e università?
Riguardo alla presunta riforma, o meglio ai tagli sui fondi, è indubbio che l’università abbia un’estrema necessità di una riforma e siamo noi stessi che la vorremmo. Purtroppo anche questa volta non è un’azione che tocca i veri problemi ma l’ennesimo taglio indiscriminato. è evidente che l’università non funziona, o meglio non funziona efficientemente. Ma viene il dubbio che non si voglia riformare l’università…Per non parlare dell’effetto che questo avrà sulla ricerca, ormai già ridotta ai minimi termini e all’inevitabile ulteriore fuga dei giovani verso Paesi che non vivono la ricerca come noi. In altri Paesi europei, quali Francia e Germania, a parità di ruolo e anzianità, lo stipendio è circa 3-4 volte il nostro e le risorse per svolgere la propria ricerca non sono comparabili. Se vengono approvati ulteriori tagli, questo significherà spegnere il cervello. Io aumenterò la mia attività sportiva ma sarò molto triste.

Allora parliamo della tua attività sportiva. Vela, sci, corsa, trekking, grandi viaggi. Quali sono i punti di contatto tra lo sport e la scienza?
Lo sport mi ha aiutato molto nel mio lavoro perché è una grande scuola di formazione. Sport è sacrificio, forza di volontà e sviluppa la concentrazione. Ormai per me è un doppio gioco. Lo sport mi ha permesso di acquisire certe capacità importanti per il mio studio ma anche il lavoro negli anni ha aumentato le mie capacità di concentrazione e di organizzazione. Oltre a questo lo sport è per me una grande valvola di sfogo.

C’è uno sport tra quelli che pratichi che senti più ‘vicino’ al tuo lavoro?
Sicuramente la vela. Un po’ perché è lo sport che pratico da quando ero bambina anche a livello agonistico, un po’ perché è lo sport della concentrazione, della strategia e della sensibilità. E queste sono sempre state le miei migliori qualità. Non vi dico quali sono i miei peggiori difetti, ma sono molto testarda…

Qual è l’ultimo viaggio che hai fatto e quello che ti è rimasto nel cuore?
L’ultimo è un tour dei fiordi della Groenlandia in kayak, mentre il Tibet mi è rimasto nel cuore. La Groenlandia è stato un bellissimo viaggio sportivo che mi ha permesso di ammirare e vivere un incredibile spettacolo della natura da spettatore silenzioso. Un paio di volte ci siamo sentiti come delle balene che si guardano attorno, una sensazione particolare! Il Tibet è stato un viaggio spirituale che ti lascia un segno nel cuore per la bellezza del Paese e del popolo che vi abita. Purtroppo è un viaggio triste perché è un mondo che è destinato a scomparire.

* Il titolo di “Troppo belle per il Nobel” è preso in prestito dal libro (pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri) di Nicolas Witkowski, fisico, autore di numerose opere e articoli sulla storia della scienza.

Un parco (genetico) ci dà una mano!

Diabete, infarto, osteoporosi:
una mappatura genetica realizzata in Friuli Venezia Giulia ci aiuterà a prevenirli e combatterli.

Si tratta del
Parco Genetico FVG ed
utilizza primo Servizio di genotipizzazione italiano
(e tra i primi in Europa), riconosciuto da Telethon.

Il Progetto punta a creare una banca dati in grado di studiare le malattie multifattoriali come diabete, infarto, osteoporosi, attraverso l’identificazione della componente genetica di sei diverse comunità del Friuli Venezia Giulia.

> Continua

AREA Magazine N°38 – AREA Science Park


Online il nuovo numero di AREA Magazine, il periodico di AREA Science Park che presenta alcune fra le tecnologie e le soluzioni innovative più interessanti promosse dal Consorzio di AREA o da una delle 87 realtà insediate nel Parco Scientifico.
Un numero particolarmente ricco che vi consiglio di leggere tutto d’un fiato!

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